Dargen e Pupo sul palco dell'Ariston durante la serata delle cover - Ig@sanremorai-fuorionline
Sotto le luci dell’Ariston una canzone cantata spesso con grande leggerezza diventa un manifesto contemporaneo: ecco perché quel mash-up ha colpito nel segno.
Rimasti a bocca aperta. La serata cover di questo Festival di Sanremo super abbottonato, in cui ogni minimo segno di manifestazione politica viene visto – come ha detto Ermal Meta (riferendosi alla parola Palestina) una bestemmia – ha dato una leggera scossa. Infarcito di melassa perbenista, con intrusioni extra sonore..si direbbe woke (non ditelo a Trump), ma anche di canzoni fuori gara simbolo, come Heal the World, cantata dalla cantante e co-conduttrice Laura Pausini, questo Sanremo, finalmente è arrivato alla sua ultima serata.
In tutto ciò una cosa è sempre certa ed è sempre la stessa: la serata delle cover è quella che più ama il pubblico, e ieri, ammettiamolo ha dato delle perle. Come quella di Dargen D’Amico, che ha scelto per l’occasione di condividere il palco con Pupo e il celebre trombettista Fabrizio Bosso. In pochi si aspettavano un’operazione così stratificata. Eppure, proprio nel cuore della serata più “nostalgica” del Festival, è andato in scena uno dei momenti più politici e simbolici di questa edizione. Una performance che è riuscita ad essere più attuale che mai aggrappata al passato.
La base dichiarata era “Su di noi”, il grande classico con cui Pupo – all’anagrafe Enzo Ghinazzi – si era imposto all’attenzione nazionale nel 1980. Un brano che appartiene ai ricordi degli italiani, con la sua melodia riconoscibile, cantata ovunque, nei palchetti e oltre i confini.Ma Dargen D’Amico, artista abituato a giocare con i codici e a contaminare i generi, non si è limitato a riproporre il successo in chiave celebrativa: ha trasformato la canzone in un terreno di dialogo, inserendo elementi inaspettati e costruendo un percorso narrativo che ha progressivamente cambiato il baricentro emotivo del pezzo. L’operazione non è stata una semplice fusione musicale: è diventata un racconto in cui il pop italiano degli anni Ottanta si è intrecciato con una delle più celebri canzoni di protesta del Novecento europeo.
Dal romanticismo alla coscienza civile
Al centro della performance infatti c’è “Le Déserteur”, brano scritto nel 1954 da Boris Vian. Una canzone nata in un momento storico delicato per la Francia, nel pieno della crisi legata alla guerra d’Indocina, e diventata negli anni un simbolo del pacifismo internazionale. Il testo assume la forma di una lettera indirizzata a un capo di Stato: un uomo chiamato al fronte annuncia la propria scelta di non combattere. Non per vigliaccheria, ma per coerenza morale. Rivendica il diritto di non trasformarsi in un assassino, di non imbracciare un’arma in nome di decisioni politiche che non sente sue.

La prima interpretazione fu quella di Marcel Mouloudji, ma il brano ha attraversato decenni e confini. Tra le voci che lo hanno reso celebre nel mondo spiccano Serge Reggiani e Joan Baez, che lo portò nelle piazze durante le mobilitazioni contro la guerra in Vietnam, trasformandolo in un inno globale contro ogni conflitto. In Italia, la versione più nota è quella tradotta da Giorgio Calabrese e incisa, tra gli altri, da Ornella Vanoni e Ivano Fossati, confermando la forza universale di un testo capace di adattarsi a contesti e generazioni differenti.
Nel mash-up presentato a Sanremo, Dargen ha alternato la melodia rassicurante di “Su di noi” alla declamazione dei versi de “Il disertore”. Il risultato è stato un cortocircuito delle emozioni: da un lato l’amore popolare, dall’altro la scelta radicale di dire no alla guerra. L’effetto non era quello di una sovrapposizione forzata, ma di un dialogo. Come se la leggerezza sentimentale degli anni Ottanta fosse chiamata a confrontarsi con le inquietudini del presente. In un’epoca segnata da conflitti internazionali e tensioni geopolitiche, la figura del disertore evocata da Vian torna a interrogare le coscienze.
Non si è trattato di un gesto provocatorio fine a sé stesso. Dargen D’Amico ha costruito un percorso coerente con la propria poetica, da sempre attenta ai temi sociali e alla dimensione collettiva della musica. La scelta di coinvolgere Pupo, simbolo di un altro modo di intendere il pop, ha amplificato il contrasto e, allo stesso tempo, la portata del messaggio.
Un ponte tra culture: “Gam Gam”
A rendere ancora più complessa la struttura del brano è stato l’inserimento di “Gam Gam”, melodia di tradizione ebraica basata sul Salmo 23. Un canto che richiama l’idea di protezione e speranza anche nei momenti più oscuri. Un cerchio che si chiude, un elemento che ha aggiunto una dimensione spirituale alla performance, creando un collegamento tra la religione (in questo caso ebraica) e la riflessione civile. Non solo un no alla guerra, dunque, ma anche un richiamo alla dignità umana e alla necessità di non cedere alla paura.
La fusione tra pop italiano, chanson francese e canto liturgico ha dato vita a un mosaico sonoro che ha superato i confini nazionali, trasformando il palco dell’Ariston in uno spazio di confronto tra culture. Sul finale, la performance ha richiamato due voci simboliche del Novecento e del nostro tempo. Da un lato, un passaggio tratto dal discorso finale de Il grande dittatore di Charlie Chaplin, con il celebre appello all’umanità sopra la tecnologia e il potere. Dall’altro, il monito di Papa Francesco a non abituarsi alla guerra.
Due riferimenti che hanno ampliato ulteriormente il significato della performance. “Il disertore” ha attraversato polemiche e censure. Fin dalla sua uscita, il brano di Vian ha incontrato ostacoli e divieti, proprio per la sua posizione netta contro l’arruolamento e la guerra. Nel corso dei decenni, la sua esecuzione in contesti pubblici ha spesso acceso dibattiti sul confine tra arte e politica.
Portarlo sul palco di Sanremo – il festival popolare per eccellenza – significa riaprire quella discussione in uno spazio mediatico amplissimo. Non è un dettaglio che tutto ciò sia avvenuto nella serata dedicata alle cover, tradizionalmente associata alla celebrazione del passato. Qui, invece, il passato è stato riletto come strumento per interrogare il presente. Perché questa cover ha colpito così tanto? Probabilmente perché ha saputo unire accessibilità e profondità. La presenza di Pupo ha garantito un aggancio immediato al grande pubblico; l’intervento di Dargen ha introdotto un livello di riflessione ulteriore.
In un contesto spesso accusato di evitare temi scomodi, la scelta di riportare al centro una canzone di diserzione rappresenta un segnale forte. Non un invito alla fuga, ma una presa di posizione etica: la possibilità di sottrarsi alla logica della violenza.
Il disertore: testo
In piena facoltà
Egregio presidente
Le scrivo la presente
Che spero leggerà
La cartolina qui
Mi dice terra terra
Di andare a far la guerra
Quest’altro lunedì
Ma io non sono qui
Egregio presidente
Per ammazzar la gente
Più o meno come me
Io non ce l’ho con lei
Sia detto per inciso
Ma sento che ho deciso
E che diserterò.
Ho avuto solo guai
Da quando sono nato
I figli che ho allevato
Han pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papà
Ormai son sotto terra
E a loro della guerra
Non gliene fregherà
Quand’ero in prigionia
Qualcuno mi ha rubato
Mia moglie e il mio passato
La mia migliore età
Domani mi alzerò
E chiuderò la porta
Sulla stagione morta
E mi incamminerò.
Vivrò di carità
Sulle strade di Spagna
Di Francia e di Bretagna
E a tutti griderò
Di non partire più
E di non obbedire
Per andare a morire
Per non importa chi.
Per cui se servirà
Del sangue ad ogni costo
Andate a dare il vostro
Se vi divertirà
E dica pure ai suoi
Se vengono a cercarmi
Che possono spararmi
Io armi non ne ho.
