Dietro gli abiti irriverenti e le provocazioni c’era un artista che voleva scardinare le convenzioni, parlare di pace, ambiente e uguaglianza. Al Forte di Bard una mostra ricostruisce la personalità più autentica di Franco Moschino, anche attraverso materiali inediti e testimonianze di chi lo ha conosciuto.
Dopo aver visitato Franco Moschino. Ceci n’est pas une exposition, chi conosce il celebre stilista soltanto come una firma del pret-à-porter e della moda d’avanguardia avrà modo di scoprire una personalità ben più complessa: non solo quello dei tailleur dissacranti, delle scritte provocatorie, dei giochi di parole e degli abiti che trasformavano una passerella in uno spettacolo, ma quella di un’altra dimensione, forse meno raccontata.
La personalità di un artista profondamente anticonformista, pacifista, animalista ed ecologista, che utilizzava la moda per mettere in discussione la società e i suoi modelli. È soprattutto questa seconda anima a emergere in questa mostra che già dal titolo spiega tutto, inaugurata il 30 ottobre al Forte di Bard e visitabile dal 31 ottobre 2026 al 29 marzo 2027. Un progetto che non si limita a celebrare uno dei protagonisti più originali della moda italiana, ma prova a restituirgli la complessità che merita. «Un grande artista che attraverso la moda ha fatto pensare», ha sottolineato Ornella Badery durante la presentazione.
La mostra inaugura la stagione invernale 2026/2027 e rappresenta la terza tappa del percorso dedicato al rapporto tra moda e fotografia, dopo le esposizioni su Gian Paolo Barbieri e Gianfranco Ferré. La sensibilità ambientale di Moschino, ha ricordato Badery, si inserisce inoltre in un filone particolarmente significativo per il Forte, da sempre attento alle tematiche legate alla natura e al cambiamento climatico.
Il progetto nato da un’esigenza di riscatto
Dietro l’esposizione c’è anche una storia di ricerca e recupero della memoria. L’idea è nata da una conversazione tra Badery e Catia Zucchetti, che ha poi coinvolto Pier Paolo Pitacco, curatore della mostra e proprietario di un importante patrimonio di documenti e materiali sullo stilista. «Ho raccolto tutto il materiale su Franco Moschino per uno spirito di giustizia», ha spiegato Pitacco, raccontando come la partecipazione a una commemorazione ad Abbiategrasso, nel 2024, gli avesse fatto percepire quanto la sua figura fosse stata progressivamente trascurata.
«Non era possibile che un personaggio che ha fatto un’innovazione incredibile negli anni Ottanta fosse dimenticato dalle istituzioni e dalla Maison stessa». Da quella consapevolezza è partita una ricerca negli archivi fotografici di Stefano Babic, Sergio Caminata e Stefano Pandini, i cui lavori costituiscono una parte fondamentale dell’esposizione. Sono stati recuperati materiali mai esposti prima e realizzate circa tredici videointerviste con amici, collaboratori e protagonisti della stagione creativa di Moschino. Tra questi Russell Bennett, suo stretto collaboratore fino alla morte, e Lida Castelli, che seguiva la comunicazione della maison.
La ribellione di Moschino e il significato delle sue provocazioni
Per comprendere la portata della rivoluzione di Moschino bisogna tornare agli anni Ottanta, quando il Made in Italy stava consolidando il proprio prestigio internazionale. Accanto alle estetiche di Giorgio Armani e Gianni Versace, Moschino introdusse un linguaggio completamente diverso, nel quale l’ironia diventava uno strumento di critica. «Nella moda non c’era ironia e lui ha rotto quella narrativa grigia e seriosa», ha osservato Giuseppe Mastromatteo, autore del contributo critico alla mostra. Per il creativo, Moschino rappresentava una sintesi di personalità differenti: un ribelle che coniugava una preparazione sartoriale straordinaria con una sensibilità artistica e una visione sociale decisamente anticipatrici.
La sua non era una provocazione fine a se stessa. Le pellicce ecologiche, i messaggi contro la guerra, l’attenzione agli animali e alla natura raccontavano un pensiero che andava ben oltre l’estetica. Moschino si considerava prima di tutto un pittore e nella moda trovava una tela sulla quale esprimere idee, contraddizioni e dissenso. «C’era Armani, c’era Versace e poi c’era Moschino che era un po ‘ come Vivienne Westwood a Londra con il punk.»
Emblematica anche la scelta di diventare lui stesso protagonista di alcune immagini, indossando una parrucca bionda e calze a rete. Un travestimento soltanto in apparenza. «Quando indossava la parrucca bionda e le calze a rete non era una caricatura», ha precisato Pitacco. «Il messaggio era quello di superare le differenze tra uomo e donna, mettendo in discussione anche gli stereotipi legati all’identità e all’apparenza.»
Sei sale per entrare nel suo universo creativo
Nelle Cantine del Forte il visitatore incontra oltre 200 fotografie, abiti originali, bozzetti, documenti personali e campagne pubblicitarie. Una galleria fotografica di quaranta metri introduce a sei ambienti tematici che raccontano l’uomo, il comunicatore, il provocatore e lo stilista. Tra i materiali più curiosi figurano la carta d’identità di Moschino, una lettera indirizzata a una giovane ammiratrice e la celebre raccolta dei suoi 44 aforismi.
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