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Dagli studi sul diritto internazionale alla bufera politica internazionale: la storia di Francesca Albanese, giurista italiana diventata voce scomoda sul conflitto israelo-palestinese
In questo mondo terrificante in cui ci siamo tutti dentro fino al collo e che osserviamo con terrore e sconcerto, tra una distrazione e l’altra che arriva dagli schermi dei telefonini, spunta Francesca Albanese, a farci ricordare di quanto siamo davvero nella merda. Ma allo stesso tempo a darci la speranza che l’umanità non è del tutto spacciata.

Una miscela di coraggio e di sensibilità che ci appare quasi irreale, perchè troppo preziosa di questi tempi. Francesca Albanese è un nome diventato noto negli ultimi anni a livello internazionale, soprattutto per il suo ruolo come Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati. E famosissimo negli ultimi mesi per il suo grido di denuncia contro il marciume che c’è dietro, che ristagna nei piani alti del potere.
Gli studi e l’approdo nelle Nazioni Unite
Nata ad Ariano Irpino ( Avellino ) nel 1977, Francesca Albanese si è laureata in Giurisprudenza all’Università di Pisa e ha conseguito un master in Diritti Umani presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra. Da oltre vent’anni lavora nel campo del diritto internazionale, con una specializzazione in diritti umani, migrazione forzata e rifugiati. La sua carriera si è sviluppata in stretta collaborazione con le Nazioni Unite, dove ha ricoperto ruoli chiave in Marocco, a Ginevra e a Gerusalemme. Ha lavorato anche per l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, e per l’Ufficio dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani.

Parallelamente al lavoro istituzionale, Albanese ha svolto attività accademica e di ricerca. Ha insegnato in università italiane, palestinesi e internazionali, e ha pubblicato testi fondamentali come Palestinian Refugees in International Law (Oxford University Press) e J’Accuse, un libro-inchiesta sul conflitto israelo-palestinese.
Dal 1º maggio 2022 è stata nominata Relatrice Speciale ONU per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati. Il suo mandato — della durata di tre anni — prevede l’osservazione, l’analisi e la comunicazione della situazione in loco, attraverso rapporti destinati al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il compito, non retribuito e indipendente, ha l’obiettivo di offrire uno sguardo imparziale su quanto accade in Palestina, senza vincoli politici. È la prima donna italiana a ricoprire questo ruolo.
Le sue denunce, tuttavia, hanno fatto molto rumore. Nei suoi rapporti, Albanese ha definito l’occupazione israeliana come un sistema di apartheid ed è stata una delle prime a parlare apertamente di possibili crimini di guerra e di genocidio a Gaza. Tali affermazioni hanno provocato dure reazioni politiche, in particolare da parte del governo israeliano e, più recentemente, degli Stati Uniti.
Sanzioni USA contro Francesca Albanese: cosa significa e perché è un caso internazionale
Il 9 luglio 2025, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha annunciato ufficialmente che Francesca Albanese è stata inserita nella lista delle persone sanzionate dagli Stati Uniti. La decisione è arrivata dopo la pubblicazione, a fine giugno, di un rapporto firmato dalla relatrice ONU in cui si denunciava il coinvolgimento di oltre 60 aziende — tra cui giganti tecnologici come Google, Amazon e Microsoft — nella cosiddetta “economia del genocidio”. Il documento sosteneva che queste imprese traggono profitto dall’occupazione israeliana, alimentando un sistema economico che contribuisce allo sfollamento e all’oppressione dei palestinesi.
In termini pratici, la sanzione impone il congelamento di eventuali beni della giurista in territorio americano e limita la sua possibilità di entrare negli Stati Uniti. Ma più che le implicazioni personali, è il significato politico della sanzione a suscitare dibattito. Si tratta infatti di un messaggio chiaro contro chi, anche all’interno delle Nazioni Unite, chiede l’assunzione di responsabilità per le violazioni del diritto internazionale nei territori occupati.
Le motivazioni ufficiali del governo statunitense parlano di “guerra politica ed economica contro Stati Uniti e Israele”. Rubio ha accusato Albanese di diffondere accuse “infondate ed estreme”, di minacciare aziende statunitensi e di collaborare con la Corte Penale Internazionale (CPI) per chiedere mandati di arresto contro leader israeliani, tra cui l’attuale premier Benjamin Netanyahu.
Un’accusa che si inserisce in un contesto più ampio: solo poche settimane prima, gli Stati Uniti avevano già imposto sanzioni a quattro giudici della CPI, colpevoli — secondo Washington — di indagare su presunti crimini commessi da forze statunitensi in Afghanistan e da Israele a Gaza.
Albanese ha respinto tutte le accuse, definendole “una rappresaglia politica” contro il suo lavoro di documentazione delle violazioni. In un’intervista al portale Middle East Eye, ha dichiarato che “esiste un’oligarchia collegata all’industria della difesa che si arricchisce con il genocidio”, e ha ribadito che il suo mandato è basato su prove raccolte secondo criteri legali internazionali.
Anche l’ONU e l’Unione Europea hanno espresso preoccupazione per la sanzione, chiedendo il rispetto dell’immunità garantita ai funzionari delle Nazioni Unite. Diversi giuristi e organizzazioni per i diritti umani hanno difeso Albanese, sottolineando che il suo lavoro si inserisce nel quadro del diritto umanitario e che la sua libertà di espressione deve essere tutelata.
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La figura della relatrice italiana è diventata, nel giro di pochi anni, simbolo di una battaglia scomoda: quella per portare la questione palestinese nel cuore del diritto internazionale, al di là delle pressioni politiche. Per i suoi detrattori, le sue parole sono esagerate, faziose e pericolose. Per chi la sostiene, è invece una delle poche voci indipendenti rimaste in grado di denunciare le ingiustizie senza piegarsi agli equilibri geopolitici.
Nel frattempo, la sua attività prosegue, tra relazioni ufficiali, conferenze e pubblicazioni. L’ultima, Quando il mondo dorme (Rizzoli, 2025), raccoglie storie e testimonianze dalla Palestina, ed è già al centro del dibattito pubblico. Per Francesca Albanese, il diritto resta lo strumento principale per dare voce a chi non ne ha, anche se questo significa affrontare l’ostilità delle potenze mondiali.
