Domenica 9 agosto 2026, lo scenario del Parco del Castello di Aymavilles ospita l’atto conclusivo della 29ª edizione della rassegna: tra le riflessioni filosofico-letterarie di De Rerum Natura, con la saggista Elena Loewenthal a colloquio con Luciano Caveri su memoria e tempo, ed il verdetto partecipato del GPFF Online Award, la manifestazione si conferma presidio di critica ecologica e laboratorio di sinergie artistiche.
Quando la pittura architettonica del medioevo alpino incontra la natura selvaggia, il cinema cessa di essere semplice proiezione per trasformarsi in uno specchio ontologico. Domenica 9 agosto 2026, la corte ed il parco del Castello di Aymavilles si vestiranno da palcoscenico a cielo aperto per accogliere la serata conclusiva della ventinovesima edizione del Gran Paradiso Film Festival. Un evento che, per chiunque segua con occhio critico l’evoluzione del documentarismo ambientale, rappresenta ormai una cartina di tornasole fondamentale nel panorama internazionale delle produzioni dedicate alla biosfera.
Un fil rouge concettuale: la dialettica tra affrancamento e simbiosi
Il filo conduttore che ha guidato la programmazione di questo ventinovesimo capitolo non è stato un semplice pretesto tematico, bensì una vera e propria postura ermeneutica: “Dominio e coesistenza”. In un’epoca contrassegnata dalla crisi climatica, dall’antropizzazione pervasiva e dalla riconfigurazione teorica dei confini tra umano e non-umano, la selezione delle opere ha posto agli spettatori ed alla critica domande ineludibili. Il cinema naturalistico contemporaneo ha superato da tempo la fase contemplativa ed idilliaca di matrice novecentesca per addentrarsi in una narrazione priva di edulcorazioni, capace di ritrarre la complessità delle dinamiche biotiche.
Da un lato, il “dominio” si declina sia nella forza predatrice e regolatrice degli elementi naturali, sia nell’impronta spesso invasiva della civiltà tecnologica; dall’altro, la “coesistenza” emerge come sola via d’uscita etica e sistemica, indicando una fragile tregua o, nei casi più illuminati, un’armonica reciprocità tra le specie. Ad Aymavilles, questo paradigma filosofico trova il suo climax ideale: la mole turrita del maniero, simbolo di potere antropico e pietra secolare collocata all’ingresso della valle, dialoga visivamente con le vette incontaminate del Gran Paradiso, materializzando nello spazio geografico la medesima tensione espressa sul grande schermo.
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Il crepuscolo della parola e la memoria: De Rerum Natura
Il programma della giornata conclusiva testimonia un’impostazione curatoriale di ampio respiro, che rifiuta la frammentazione dei linguaggi a favore di un’interdisciplinarità feconda. La serata prenderà infatti le mosse già nel tardo pomeriggio, alle ore 18.00, con la finestra di approfondimento culturale intitolata De Rerum Natura. Questo spazio, storicamente pensato per fondere il rigore scientifico e umanistico con la suggestione del paesaggio, vedrà protagonista la saggista e filologa Elena Loewenthal.
Attraverso la presentazione del suo saggio “Il tempo dei chissà“, l’autrice dialogherà con Luciano Caveri, figura di spicco del panorama culturale alpino e Presidente della Fondation Émile Chanoux. L’incontro, curato in sinergia con l’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in Valle d’Aosta, promette di esplorare le pieghe della memoria storica, i nodi dell’esistenza individuale e il modo in cui i destini dei singoli si annodano alle grandi svolte epocali. In un festival cinematografico, l’incursione nella narrazione letteraria e nella riflessione storiografica non è un corpo estraneo, ma il necessario substrato concettuale per comprendere come le immagini in movimento riescano a catturare il fluire del tempo ed il peso delle eredità culturali.
La democrazia dello sguardo: il GPFF Online Award
A partire dalle ore 21.00, l’attenzione si sposterà interamente sul linguaggio cinematografico con l’assegnazione del GPFF Online Award. La competizione virtuale, svolta dal 2 al 7 agosto sulla piattaforma streaming dedicata della kermesse, ha consentito a un pubblico trasversale e privo di confini geografici di visionare e giudicare una rigorosa selezione di opere di vario formato, distinguendo tra il respiro ampio del lungometraggio e la densità sintetica del cortometraggio.
Questa componente digitale integra e perfeziona la mappa dei riconoscimenti già decretati sul territorio di Cogne dalle tre diverse giurie fisiche: la Giuria del Pubblico, la Giuria Junior ed il consesso della Giuria tecnica. La scelta di decentrare e moltiplicare i dispositivi di valutazione riafferma la matrice nativa della rassegna valdostana: un festival dove lo spettatore perde la passività della fruizione tradizionale per assurgere a co-protagonista del processo critico. Rivelare ed applaudire in diretta i due lavori premiati — un’opera di lungo corso ed una gemma breve — seguita dalla loro proiezione integrale sul grande schermo del castello, costituisce un atto di restituzione collettiva che celebra l’incontro tra il giudizio popolare e la poesia visiva.
Sinfonie e contaminazioni
Oltre alle attese proiezioni dei titoli vincenti, l’appuntamento di Aymavilles proporrà una scansione di interventi audiovisivi strutturata per celebrare le radici e le inclinazioni del territorio. Un videoracconto riassuntivo ripercorrerà i passaggi salienti di questa 29ª edizione, fissando nella memoria visiva i momenti di dibattito, le presenze autoriali e le proiezioni che hanno animato la valle nelle scorse settimane. Di assoluto rilievo critico è l’inserimento in scaletta di due opere musicali in forma di videoclip, pensate come esperimenti di ridefinizione dell’immaginario alpino:
“La Dama Bianca”: frutto del sodalizio tra Carlo Pestelli e Vincent Boniface, un’opera commissionata ed ideata direttamente dall’ente promotore Fondation Grand Paradis. Il brano naviga tra suggestioni mitiche ed echi folk, intessendo un dialogo lirico con le leggende locali.
“Revïre | Montagnes Valdôtaines ReWork”: condotto da Neda Groove (alias Raffaele NEDA D’Anello) ed interpretato dalla voce di Natalia Crema, sotto la regia di Elettra Gallone e la produzione firmata Emerald Mountain Films srl di Martina Torrione. Questo pezzo propone una rilettura audace e contemporanea dell’inno ufficiale della Valle d’Aosta, innestando cadenze elettroniche e ritmiche urbane sul patrimonio melodico tradizionale.
Questa scelta curatoriale evidenzia come il festival intenda il territorio non come una riserva cristallizzata nel passato, ma come un laboratorio vivo di sperimentazione artistica, capace di rielaborare la propria identità iconica e sonora attraverso codici d’avanguardia.
Un modello di rete per la celebrazione del trentennale
Il calare del sipario sulla serata al Castello di Aymavilles segna la conclusione di un’impresa logistica e culturale capillare. Il festival ha saputo diramare il proprio cartellone lungo l’intero reticolo dei comuni valdostani incastonati attorno al massiccio del Gran Paradiso, creando un circuito diffuso che ha coinvolto municipalità collinari e vallive.
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Questa formula policentrica rappresenta il vero punto di forza della manifestazione, sostenuta da un’articolata architettura istituzionale e privata. L’iniziativa è concepita e guidata dalla Fondation Grand Paradis, in stretta sinergia con l’Assessorato regionale Opere pubbliche, Territorio e Ambiente, e sostenuta dall’Assessorato regionale Turismo, Sport e Commercio, dal Ministero della Cultura, dal Municipio di Cogne, dal Parco Nazionale Gran Paradiso, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e dalla Compagnia Valdostana delle Acque.
A questo nucleo si affiancano i contributi delle amministrazioni comunali di Introd, Rhêmes-Notre-Dame, Rhêmes-Saint-Georges e Villeneuve, unitamente al patrocinio offerto dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta, dalle comunità locali di Aymavilles e Valsavarenche e dall’Ente Progetto Natura, avvalendosi del supporto tecnico di Montura e dell’ospitalità del Bellevue Hotel & Spa.
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Mentre si spengono le luci dello schermo al cospetto delle torri di Aymavilles, la sensazione che rimane all’osservatore ed al critico è quella di un festival maturo, consapevole dei propri mezzi espressivi e pronto ad affrontare il traguardo storico dei trent’anni con rinnovata vigoria teorica. Il cinema di natura, quando sveste i panni della pura documentazione per farsi arte e filosofia, continua a dimostrarsi lo strumento più affilato per comprendere le sfide del nostro tempo.
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