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L’Alta Corte respinge il ricorso d’urgenza e, dalla mezzanotte del 5 luglio, la campagna anti‑Elbit finisce nella lista nera delle organizzazioni terroristiche: ecco cosa cambia per attivisti, aziende e opinione pubblica

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Nel giro di poche ore il Regno Unito è passato dalla minaccia all’esecuzione: con la decisione della High Court di Londra – confermata in appello poco dopo le 21.30 GMT – la sigla filo‑palestinese Palestine Action è ufficialmente proscritta ai sensi del Terrorism Act.
La richiesta di sospensione avanzata dalla co‑fondatrice Huda Ammori è stata respinta; il gruppo, nato nel 2020 per “fermare le forniture militari britanniche a Israele”, vede così equiparata la propria militanza a quella di Hamas, al‑Qaida o ISIS.
In pratica, aderire, finanziare o anche soltanto manifestare sostegno pubblico diventa reato: l’articolo 12 della legge prevede fino a 14 anni di detenzione per chi “invita al supporto” o “mostra simboli” di un’organizzazione bandita. A pesare sulla decisione di Westminster è stato il blitz del 18 giugno nella base RAF di Brize Norton, dove due velivoli militari sono stati imbrattati di vernice rossa durante una protesta contro le operazioni israeliane a Gaza.
Manifestanti arrestati
Il ministro degli Interni Yvette Cooper ha parlato di “linea netta fra dissenso legittimo e vandalismo violento”, mentre i legali di Ammori definiscono il bando “un abuso di potere statuario, discriminatorio e sconsiderato”. Alla mezzanotte del 5 luglio il nome di Palestine Action è entrato nell’elenco dei 81 gruppi terroristici vietati nel Regno Unito.

Gli effetti si sono visti subito: oltre 20 manifestanti sono stati ammanettati a Parliament Square poche ore dopo l’entrata in vigore del divieto, rei di aver esibito cartelli con lo slogan “I resist genocide – I support Palestine Action”. L’applicazione pratica della proscrizione spinge la polizia a intervenire non solo contro azioni dirette – l’assalto a siti di Elbit Systems, principale bersaglio della campagna – ma anche contro forme simboliche di solidarietà.
Critici di spicco, fra cui relatori ONU e organizzazioni per i diritti civili, avvertono che il concetto di terrorismo non può essere esteso alla “semplice distruzione di proprietà”, mentre dall’altra parte il governo accusa gli attivisti di “intimidazione sistematica” e di aver messo a rischio la sicurezza nazionale.
Il termometro resta alto: lo stesso weekend cinque militanti di Youth Demand sono finiti in cella per aver versato vernice rossa su un carro di Cisco durante il Pride di Londra, in segno di protesta contro la collaborazione dell’azienda con Israele. Sullo sfondo, il procedurale continua: a fine luglio l’Alta Corte esaminerà nel merito la legittimità della proscrizione, ma per gli analisti è improbabile che il bando venga revocato. Nel frattempo, ogni tweet, slogan o donazione collegata a Palestine Action potrebbe trasformarsi in un capo d’accusa: un precedente destinato a ridefinire il confine fra protesta ambientale, solidarietà internazionale e legislazione antiterrorismo.
