Sydney, grande folla sul ponte in sostegno alla Palestina: marcia (già) storica

Decine di migliaia di persone attraversano l’Harbour Bridge per chiedere la fine della guerra a Gaza. Tra i partecipanti anche Julian Assange, politici e attivisti. Evento approvato solo alla vigilia dalla Corte Suprema.

Sono tante le manifestazioni che stanno nascendo contro il genocidio che si sta perpetuando a Gaza. Eppure, si ha l’impressione che siano ancora troppo poche. O non abbastanza rilevanti. Oppure semplicemente la voce delle persone, di milioni di persone, che si sta innalzando da ogni angolo del mondo non conta, rispetto a quella di 4 despoti che credono di avere questo stesso mondo tutto per loro.  La banalità del male.

Quella che si è svolta il 3 agosto scorso in Australia, è l’ennesima, ma particolarmente suggestiva e nella sua tragicità, tra le più potenti manifestazioni degli ultimi tempi.  L’ Harbour Bridge di Sydney si è trasformato così in un simbolo di protesta e solidarietà. Nonostante la pioggia torrenziale, decine di migliaia di persone hanno partecipato alla Marcia per l’umanità, manifestazione organizzata per chiedere la fine della guerra a Gaza e in sostegno della popolazione palestinese.

L’evento, autorizzato solo alla vigilia dalla Corte Suprema australiana, ha portato alla chiusura prolungata del traffico sul celebre ponte, a causa del cambio di percorso improvviso da parte dei manifestanti.

La mobilitazione è stata definita “storica” dagli organizzatori, sia per la partecipazione di massa che per il contesto legale in cui si è svolta. L’ultima volta che il ponte era stato chiuso per un’assemblea pubblica risale al 2023, in occasione del World Pride. Stavolta, però, l’atmosfera è stata molto più tesa: la protesta è arrivata in un momento in cui il conflitto israelo-palestinese ha superato i due anni e continua a suscitare profonde divisioni e richieste di intervento umanitario da parte della comunità internazionale.

Assange e i politici in piazza: un messaggio politico forte da Sydney al mondo

A rendere ancora più significativa la manifestazione è stata la presenza di alcune figure di spicco della politica e dell’attivismo. Tra i volti noti avvistati durante il corteo c’era Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, recentemente tornato in Australia dopo anni di controversie giudiziarie. Accanto a lui, il parlamentare federale Ed Husic e l’ex premier del Nuovo Galles del Sud, Bob Carr, che hanno sottolineato l’importanza del rispetto dei diritti umani anche nei teatri di guerra più distanti.

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Il messaggio lanciato da Sydney è quello che condivide oggi ,ogni qualsiasi persona che si considera umana: esiste una parte dell’opinione pubblica mondiale che chiede un cessate il fuoco immediato a Gaza e una soluzione diplomatica al conflitto. La protesta ha puntato i riflettori non solo sulla questione palestinese, ma anche sul diritto dei cittadini a manifestare pacificamente per cause umanitarie, anche in contesti complessi e polarizzati come quello attuale.

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La marcia sull’Harbour Bridge si inserisce in un più ampio movimento globale di protesta contro la guerra e per la giustizia internazionale. Dal Medio Oriente all’Australia, cresce il fronte di chi chiede interventi urgenti per evitare ulteriori sofferenze civili e per riaffermare il ruolo del diritto internazionale nei conflitti armati. In questo senso, la manifestazione di Sydney potrebbe diventare un punto di riferimento simbolico e politico per le mobilitazioni future. E queste voci, le nostre voci, esigono di essere ascoltate.

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