“Vendesi croce”, a Verrès Muin Masri ha raccontato la Palestina che non si conosce: «Non sono uno scrittore, sono un cantastorie»

Nel salone Bonomi di Verrès il racconto intenso di Muin Masri, autore palestinese da quarant’anni in Italia: memoria, infanzia rubata, libertà e il peso di una croce che continua a gravare su un intero popolo.

C’è un modo di raccontare la Palestina che passa oltre i numeri dei morti, oltre le immagini dei bombardamenti, oltre i comunicati internazionali e le cronache quotidiane di una guerra che sembra non avere mai fine. È il modo di chi quella terra l’ha vissuta da dentro, l’ha attraversata con il corpo e con la memoria, ne ha portato addosso il trauma e insieme la nostalgia, per poi trasformare tutto in narrazione umana. Sabato 2 maggio, nel salone Bonomi di Verrès, questo racconto ha preso voce attraverso Muin Masri, autore del libro Vendesi croce, presentato in un incontro organizzato dall’ANPI e moderato da Refka Znaidi.

Un pomeriggio intenso, a tratti molto commovente, nel quale Masri non ha semplicemente illustrato il suo libro pubblicato nel 2024 da Edizioni Nautilus, ma ha aperto al pubblico la propria biografia interiore: quella di un uomo partito da Nablus nel 1985 con 1300 dollari in tasca e approdato in Italia.

L’amore per la Valle d’Aosta

Masri ha voluto iniziare con una confessione che ha subito creato un ponte empatico con il pubblico valdostano. «Amo la Valle d’Aosta, per me era un sogno. Sono arrivato a Ivrea, ma andare oltre era difficile a quei tempi. La Valle d’Aosta era proibitiva per un palestinese con in tasca solo 1300 dollari». Poi il sorriso. «Ma sono contento perché grazie alla bici ho conosciuto una persona di Issime, ancora oggi un mio grande amico, che mi ospita spesso e mi ha dato modo di conoscere questa regione di cui sono follemente innamorato».

Non è un dettaglio secondario. In quella dichiarazione c’è già tutto il doppio movimento che attraversa la sua vita e il suo ultimo libro di racconti: da una parte la fuga da una terra martoriata, dall’altra la scoperta di nuovi luoghi che gli hanno restituito un senso di respiro, di quiete, persino di appartenenza.

Il racconto come forma di sopravvivenza

Masri rifiuta con pudore l’etichetta di intellettuale. «Mi presentano spesso come scrittore, o addirittura poeta, ma mi mette molto imbarazzo perché non mi sento né l’uno né l’altro: io mi sento un cantastorie».

E spiega che la sua idea di narrazione nasce da una tradizione antichissima e domestica, quella palestinese. «Da noi c’è l’usanza del racconto orale tramandato dai nonni, ma soprattutto dalle madri ai bambini. Gli uomini sovente sono fuori per lavoro o vanno al bar a giocare a carte e fumare narghilè; in casa rimangono la mamma o la nonna che raccontano storie. E soprattutto nei momenti di guerra, l’unica cosa che può rendere la vita più facile è il racconto».

Qui il libro Vendesi croce trova la sua matrice più profonda: non un saggio politico, non una denuncia militante in senso classico, ma un mosaico di episodi, immagini, ironie e dolori che servono a rendere sopportabile l’insopportabile. Perché, come ha spiegato Masri, le madri palestinesi raccontano ai bambini «certe cose tralasciando le cose tristi e mettendo in risalto le cose belle», quasi a proteggere l’infanzia da un reale troppo crudele.

Il sogno impossibile in tempo di guerra

Muin Masri ha confessato di avere iniziato a sognare soltanto una volta arrivato in Italia a 22 anni. « A Nablus non avevo mai sognato. È impossibile sognare in tempo di guerra. In guerra c’è violenza, funerali tutti i giorni, lacrime, dolore, pochi sorrisi. Il sogno ha bisogno di momenti di pace».

Parole che hanno ribaltano una convinzione comune, quella del sogno come dimensione naturale della giovinezza. Per Masri non è stato così. La sua generazione aveva semmai un solo desiderio: scappare.

Ha ricordato anche la brutalità dell’attualità palestinese, quella dei bambini morti nelle incubatrici, delle culle trasformate in tombe. Una violenza che rende ancora più urgente il bisogno di testimoniare. «Io sono qui da 41 anni e ancora tutt’ora quando mi sveglio al mattino e apro gli occhi, guardo il mio giardino, il mio gatto, il mio cane e penso di sognare ancora». Ma a quella gratitudine personale si accompagna sempre una ferita: quella di sapere che i compagni di infanzia «sono nati, cresciuti e morti sotto l’occupazione, senza avere soprattutto un sogno».

Raccontare i palestinesi, non solo la Palestina

Masri ha insistito su un punto centrale: l’Occidente conosce il conflitto, ma non conosce il popolo che lo subisce. «La gente è molto informata, sa tutto della Palestina, ma non conosce i palestinesi. Non sanno come dormono, cosa mangiano, come fanno l’amore, perché fanno tanti figli e perché fanno tanti funerali. Perché fanno pochi matrimoni».

È per questo che la sua scrittura sceglie un tono lieve, spesso ironico, apparentemente semplice. «Io per raccontare la mia gente devo farlo nel modo più semplice possibile, per farlo capire al lettore, all’italiano».

Il libro nasce così, lentamente, dopo anni di esitazione. «Più scrivevo, più stavo bene io, perché la scrittura ti cura se hai un male dentro, e più in Palestina si stava male. Non volevo approfittare della questione palestinese». Poi la svolta, con l’esplosione del conflitto a Gaza e l’incoraggiamento dell’editore: «Mi scrisse una mail per dirmi: scrivi, lo facciamo per la causa». Da lì la decisione di raccogliere i racconti.

L’infanzia rubata e il cimitero come parco giochi

Tra le pagine più toccanti di Vendesi croce c’è il tema dell’infanzia negata, che Masri ha raccontato con una lucidità quasi disarmante.

«Io ho capito cos’è l’infanzia a 35 anni. Prima sinceramente non sapevo cosa fosse. Da noi si cresce veloce. Siccome tutto è breve, si deve crescere veloce. Bisogna essere forti».

Il simbolo di quella infanzia amputata è l’aquilone, immagine di libertà e fuga. I bambini palestinesi lo facevano volare spesso dal cimitero. Perché proprio lì? «Perché era l’unico posto in cui i soldati non entravano e non potevano sequestrare i giochi».

Carte, scacchi, compiti, aquiloni: il cimitero diventava l’unico spazio sicuro per poter essere, almeno per pochi minuti, bambini. «I più coraggiosi, non riportavano giù il loro aquilone ma ne tagliavano il filo per vederlo volare libero nel cielo: perché era ancora più emozionante.»

Masri ha poi collegato questo ricordo alle immagini dei piccoli palestinesi di oggi che simulano funerali nei loro giochi quotidiani: una normalizzazione del lutto che dice più di qualsiasi reportage sulla devastazione psicologica prodotta dalla guerra.

Vendesi Croce Verres
Vendesi Croce – Verres – fuorionline

I figli e il tentativo di rubare indietro la propria infanzia

La scoperta dell’infanzia, ha spiegato, è arrivata solo con la nascita dei suoi figli.

«Mi sono reso conto di aver perso una parte, forse la più bella dell’essere umano. E allora ho fatto una cosa che non si può fare: ho rubato un po’ della loro infanzia».

Li accompagnava ai parchi, era l’ultimo a voler tornare a casa, correva a giocare con i lego appena i bambini li lasciavano. Un’immagine tenera che ha strappato sorrisi, ma che sotto contiene una verità durissima: chi cresce sotto occupazione militare porta dentro un pezzo mancante del proprio puzzle umano.

«Perché sei sempre in guerra, e il primo a morire è proprio l’infanzia. E l’infanzia una volta che muore, muore per sempre».

I matti di Nablus, unica vera immagine di libertà

Con la capacità di mischiare tragedia e umorismo, Masri ha raccontato anche uno degli episodi più singolari del libro: i “matti” del mercato di Nablus. «Dove c’è guerra e miseria, ci sono un sacco di matti. Non perché sono nati matti, ma perché hanno assistito a qualche scena violenta o subito torture».

I ragazzini andavano a guardarli quasi come si osservano creature mitologiche, con una domanda fissa: quale matto vorresti essere? Tra tutti spiccava il “re dei matti”, figura carismatica che tagliava i capelli agli altri folli in una baracca.

Ma dietro l’aneddoto c’è una riflessione potentissima: «I matti alla fine ci hanno regalato momenti belli, perché erano le uniche persone veramente libere, non avevano più il peso dell’occupazione militare».

Ventitré chili di odio addosso

Quando lasciò Nablus, Masri aveva 23 anni e un carico emotivo enorme. «Pesavo 78 chili ma avevo 23 chili di odio addosso. Odiavo gli israeliani perché mi avevano rubato l’infanzia, odiavo i palestinesi e gli arabi perché non riuscivano a vincere la guerra, odiavo gli occidentali perché non volevano darmi giustizia e odiavo soprattutto me stesso. Ma non si può fuggire da se stessi: avevo un passato, una storia importante, una vita già molto intensa.»

Una confessione nuda, che spiega bene come l’emigrazione non sia stata soltanto ricerca di lavoro o salvezza, ma tentativo disperato di sottrarsi a una combustione interiore. Nel 2010 è tornato in Palestina con i suoi figli. «Hanno capito come avevo vissuto. Sono rimasti un po’ scioccati e un po’ ammirati».

A colpirli non sono stati solo i 39 cugini scoperti all’improvviso, ma la materialità dell’occupazione: l’acqua che arriva solo di giovedì, la luce che sparisce, la necessità di pagare per avere una cisterna il giorno dopo. «La guerra è anche questo, si rimane fermi, si torna nel passato».

Non soltanto bombe dunque, ma un logoramento quotidiano fatto di privazioni elementari, umiliazioni continue, tempo congelato.

La decisione di partire e la madre che non voleva vedere piangere

Masri ha raccontato anche il momento preciso in cui decise di andarsene: aveva 14 anni. Un suo compagno di scuola saltò in aria maneggiando una bomba.

«Ma non è stato questo a convincermi. È stato vedere sua madre disperata che si strappava i vestiti. Io giurai a me stesso di non voler mai vedere mia mamma piangere in quel modo, neanche da morto».

Scelse l’America, era il suo desiderio. Trovò l’Italia, nella realtà, grazie a un cugino arrivato sette mesi prima. E alla fine rimase. «Per incontrare i miei figli. Inoltre per tutte quelle persone che mi hanno amato e che mi hanno insegnato qualcosa».

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La doppia madre e la croce palestinese

«Io ho avuto due madri, quella naturale e l’Italia. La prima oltre alla vita mi ha dato la Resistenza, l’altra mi ha insegnato che la vita è preziosa». Dentro questa sintesi c’è il senso di Vendesi croce. Il titolo allude al peso storico dell’essere palestinese, a una condanna che sembra ereditaria.

«I palestinesi sono nati per portare la croce. Siamo stati scelti come portatori di croce. Ci uccidono e rinasciamo».

E ancora: «Ogni tanto penso cosa si prova a essere per un solo giorno non palestinese. A non essere giudicato, umiliato, derubato, a non portarla affatto quella croce».

Ma la denuncia non si trasforma mai in odio cieco. Al contrario, Masri chiude con una riflessione che vale come monito universale: «Fare la guerra è la cosa più facile al mondo. Fare la pace è la cosa più coraggiosa. Bisognerebbe mettere davanti ai palestinesi e agli israeliani una sola cosa: amate di più la terra o i vostri figli?». Vendesi croce non è solo un libro da leggere. È una memoria da ascoltare. Ed è, oggi più che mai, una richiesta ostinata di umanità.

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