AGRI 28 - Foto per gentile concessione dell’ Ufficio Stampa Regione Autonoma Valle d'Aosta - fuorionline
Dalla Valle d’Aosta all’Europa, il confronto è aperto: tra giovani, innovazione e nuove regole comunitarie, l’agricoltura di quota si gioca una partita decisiva.
Pascoli d’alta quota e stanze delle politiche europee. È un connubio che si mescola al lavoro quotidiano, alle tradizioni tramandate e alle scelte strategiche che incideranno sul futuro delle comunità montane. In Valle d’Aosta, questo legame è oggi al centro di una riflessione ampia e strutturata sul destino del sistema agricolo alpino.
L’agricoltura di montagna non è soltanto produzione di latte, carne o vini di nicchia. È presidio del territorio, cura del paesaggio, prevenzione del dissesto, identità culturale. Eppure, dietro l’immagine rassicurante degli alpeggi e delle stalle familiari, si nasconde un equilibrio delicato, che richiede strumenti adeguati, visione politica e capacità di adattamento ai cambiamenti climatici ed economici.
È in questo contesto che si inserisce il progetto “Agri28”, protagonista dell’incontro pubblico ospitato venerdì 27 febbraio ad Aosta – alla presenza dell’Assessore all’ Agricoltura Speranza Girod e del Presidente della Regione Renzo Testolin – nella sede dell’amministrazione regionale. Un momento di restituzione e confronto che ha permesso di fare il punto sul percorso avviato nei mesi scorsi e di guardare avanti, in vista della nuova programmazione europea 2028-2034.
Un modello agricolo unico, ma fragile
Il sistema agricolo valdostano si fonda prevalentemente su aziende di dimensioni contenute, spesso a conduzione familiare. Una struttura che, nel tempo, ha dimostrato una notevole capacità di adattamento: dalla diversificazione delle attività – agriturismo, trasformazione diretta, vendita in filiera corta – fino all’adozione di tecnologie innovative per la gestione delle stalle e dei terreni.
Questa flessibilità rappresenta uno dei punti di forza dell’agricoltura alpina. La multifunzionalità consente alle imprese di integrare il reddito e di dialogare con altri settori, primo fra tutti il turismo. Senza l’attività quotidiana di allevatori e agricoltori, il paesaggio che attira visitatori da tutta Europa perderebbe gran parte del suo fascino e della sua autenticità.
Tuttavia, la sostenibilità economica di questo modello resta una questione aperta. I costi di produzione in montagna sono più elevati rispetto alle aree di pianura; le condizioni climatiche impongono limiti oggettivi; la frammentazione fondiaria complica la meccanizzazione. A ciò si aggiunge un carico amministrativo che molti operatori percepiscono come eccessivo, soprattutto per realtà di piccole dimensioni.

La nuova PAC e le sfide europee
Uno dei nodi centrali del dibattito riguarda la futura Politica agricola comune (PAC), che definirà regole e risorse per il periodo 2028-2034. Le prime proposte presentate dalla Commissione europea nell’estate 2025 hanno acceso un confronto anche in Valle d’Aosta, dove le specificità territoriali richiedono misure calibrate sulle aree montane.
Durante l’incontro di Aosta, i responsabili regionali dello sviluppo rurale hanno illustrato le novità normative in discussione e le possibili ricadute sul tessuto agricolo alpino. Accanto agli elementi ritenuti innovativi, non sono mancate perplessità legate alla distribuzione dei fondi e ai criteri di accesso agli aiuti, che dovranno tenere conto delle difficoltà strutturali delle zone di alta quota.
Dal livello europeo è arrivato, in collegamento, anche il contributo di un rappresentante della Direzione generale Agricoltura della Commissione, che ha chiarito il percorso istituzionale in corso e ribadito l’attenzione verso le aree con vincoli naturali. Resta però evidente che la partita si giocherà anche sulla capacità dei territori alpini di fare rete e di presentarsi uniti ai tavoli negoziali.
Giovani e ricerca: il capitale su cui investire
Un segnale importante emerso dal progetto Agri28 riguarda il coinvolgimento delle nuove generazioni. Nei mesi scorsi, circa cinquanta studenti delle classi quarte e quinte dell’Institut Agricole Régional hanno partecipato a un workshop dedicato al futuro del settore. Un confronto diretto, che ha portato alla luce aspettative, timori e proposte concrete.
Per molti giovani, l’agricoltura resta una scelta possibile, ma a condizione che garantisca redditività, qualità della vita e riconoscimento sociale. Il tema della dignità del lavoro rurale è stato centrale: produrre eccellenze non basta, se il valore del lavoro non viene percepito e adeguatamente remunerato.
Fondamentale, in questo percorso, il ruolo dell’Università della Valle d’Aosta, coinvolta nell’analisi dei dati e nella restituzione scientifica dei risultati degli Stati generali dell’agricoltura alpina, svoltisi lo scorso ottobre. L’approccio interdisciplinare, che integra economia, antropologia e politiche pubbliche, offre una lettura più ampia delle trasformazioni in atto. Un altro aspetto emerso con forza riguarda la comunicazione. Oggi non è più sufficiente promuovere un prodotto di qualità: è necessario raccontare il lavoro che sta dietro ogni forma di formaggio, ogni bottiglia di vino, ogni taglio di carne. La narrazione diventa strumento di riconoscimento sociale ed economico. La sfida sarà trasformare la passione e il sapere tecnico degli operatori in stabilità economica e prospettive concrete. La montagna valdostana, ancora una volta, si trova davanti a un bivio: restare ancorata a un modello fragile o costruire, con strumenti adeguati e alleanze strategiche, un futuro capace di coniugare tradizione e innovazione.
