Un concerto che riaccende un culto musicale: dalle origini fiorentine all’eredità di Erriquez, viaggio dentro l’anima live della Bandabardò.
C’è qualcosa di profondamente coerente nel fatto che la Bandabardò torni a vivere uno dei suoi lavori più iconici dal vivo, in un giorno come quello del 25 aprile. E lo fa in Valle d’Aosta, nella suggestiva cornice del Forte di Bard. Si capisce subito che non sarà soltanto un concerto: sarà una storia di passato e presente, un rito collettivo che si lega a doppio filo con il titolo scelto per il tour, “Se mi rilasso… collasso”, lo stesso del loro storico album live.
Perché la Bandabardò, fin dagli esordi, ha costruito la propria identità su una tensione continua: tra energia e racconto, tra ironia e impegno, tra leggerezza apparente e profondità dei contenuti. E soprattutto tra palco e pubblico, in una dimensione che raramente ha trovato equivalenti nella scena musicale italiana.
Una storia fuori dalle regole
Nata a Firenze nei primi anni Novanta, la Bandabardò è il risultato di un incontro che ha il sapore delle traiettorie imprevedibili. Da una parte Enrico Greppi, in arte Erriquez, dall’altra Finaz: due percorsi diversi, uniti dalla volontà di costruire qualcosa che sfuggisse alle logiche tradizionali del mercato musicale. Il progetto prende forma nel 1993, con un’idea chiara: mescolare l’energia del rock con l’immediatezza della musica acustica, senza perdere il contatto diretto con il pubblico. Un approccio che richiama esperienze europee come quella della Mano Negra, ma che in Italia assume subito una fisionomia autonoma.
I primi anni sono fatti di strada, letteralmente. Concerti nei locali, nelle piazze, persino per strada: una gavetta che diventa laboratorio creativo. È lì che nasce il suono della Bandabardò, un impasto di folk, rock e suggestioni mediterranee, ma soprattutto un modo di stare sul palco che privilegia la relazione con chi ascolta.
Il debutto discografico arriva nel 1996 con Il circo mangione, premiato come miglior esordio dell’anno. Ma è con Iniziali Bì-Bì e il singolo Beppeanna che la band conquista una prima, significativa notorietà. Tuttavia, il riconoscimento mediatico resta sempre parziale, quasi distratto, mentre cresce costantemente il seguito dal vivo.

Il live come manifesto
Se c’è un elemento che definisce davvero la Bandabardò è la dimensione live. Non come semplice esecuzione musicale, ma come esperienza collettiva. Un concerto della band fiorentina non è mai stato un evento da assistere passivamente: è piuttosto un flusso, un’onda in cui pubblico e musicisti si trovano sullo stesso piano.
È in questo contesto che nasce, nel 2001, Se mi rilasso… collasso, un disco dal vivo destinato a diventare il più rappresentativo della loro carriera. Non solo per il successo commerciale, ma per ciò che racchiude: l’essenza stessa della Bandabardò. L’album è un mosaico di storie, personaggi e immagini che attraversano tutta la loro produzione. L’apertura è affidata a Manifesto, unico inedito del progetto, che negli anni si è trasformato in uno dei brani simbolo del gruppo. Una canzone che celebra l’anticonformismo e rivendica il diritto a restare fuori dagli schemi.
Il titolo del disco è già una dichiarazione: rilassarsi, per la Bandabardò, significa perdere quella tensione creativa e vitale che alimenta la loro musica. È un paradosso solo apparente, perché dietro c’è una visione precisa: l’arte come movimento continuo, come necessità di restare in equilibrio instabile. Uno degli aspetti più interessanti della produzione della Bandabardò è il rapporto con i testi. Spesso sottovalutati rispetto all’energia musicale, i loro brani costruiscono in realtà un universo narrativo coerente e riconoscibile.
Le canzoni della band evitano sistematicamente la retorica. Parlano di quotidianità, di incontri, di viaggi, ma anche di temi sociali e politici. L’ironia è uno strumento fondamentale: serve a smontare le certezze, a rendere accessibili contenuti complessi, a creare una complicità con chi ascolta. Manifesto, in questo senso, è esemplare. Non è un proclama ideologico, ma una presa di posizione esistenziale. Invita a sottrarsi alle logiche dominanti, a cercare una propria strada, anche a costo di restare ai margini. È una canzone che funziona ancora oggi proprio perché non si lega a un contesto specifico, ma a un’attitudine.
Allo stesso modo, molti altri brani della band costruiscono un immaginario fatto di personaggi borderline, di situazioni sospese tra realtà e invenzione, di storie che sembrano leggere ma contengono sempre un sottotesto.
Erriquez, il cuore narrante
Parlare della Bandabardò significa inevitabilmente soffermarsi su Enrico Greppi, il suo frontman storico. Non solo voce, ma presenza scenica, motore creativo, punto di riferimento umano e artistico.
Erriquez aveva una qualità rara: riusciva a essere carismatico senza risultare distante. Sul palco, la sua energia era contagiosa, ma mai costruita. Era un narratore, prima ancora che un cantante. Ogni concerto diventava un racconto collettivo, in cui le canzoni si intrecciavano a momenti di improvvisazione, dialoghi, suggestioni. La sua scrittura rifletteva questa attitudine. Nei testi emergeva una visione del mondo fatta di incontri, di viaggi, di attenzione verso gli altri. C’era sempre un elemento di apertura, una curiosità verso ciò che è diverso, lontano, marginale.
Anche l’impegno sociale della band passa attraverso questa prospettiva. Non come dichiarazione programmatica, ma come pratica concreta: dai progetti di solidarietà internazionale alle collaborazioni con associazioni e artisti impegnati. La scomparsa di Erriquez, nel 2021, ha rappresentato uno spartiacque inevitabile. Non solo per la band, ma per tutto un certo modo di intendere la musica. Eppure, la scelta di proseguire il percorso non è stata una forzatura, ma una continuazione naturale.

Dopo Erriquez: continuità e trasformazione
Negli anni successivi, la Bandabardò ha affrontato la sfida più complessa: restare fedele alla propria identità senza il suo frontman storico. La collaborazione con Cisco e la pubblicazione di nuovi lavori hanno segnato una fase di transizione, ma anche di rinnovamento.
Il disco Fandango, uscito nel 2025, rappresenta un passaggio importante: il primo progetto interamente realizzato dopo la scomparsa di Erriquez. Un lavoro che non cerca di replicare il passato, ma che ne raccoglie l’eredità, mantenendo viva quella tensione tra energia e racconto che ha sempre caratterizzato la band.
In questo contesto, il ritorno a Se mi rilasso… collasso assume un significato particolare. Non è un’operazione nostalgica, ma un modo per rimettere al centro ciò che ha reso la Bandabardò unica: il rapporto diretto con il pubblico, la dimensione live come spazio di condivisione.
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Il concerto al Forte di Bard
La scelta del Forte di Bard come tappa del tour non è casuale. La struttura, con la sua storia e la sua posizione, rappresenta un luogo di passaggio, di incontro, di stratificazione culturale. Un contesto ideale per una band che ha sempre fatto dell’ibridazione il proprio punto di forza.
Il concerto del 25 aprile si inserisce nella programmazione primaverile del Forte e si terrà nella tensostruttura allestita in Piazza d’Armi. Un ambiente che, pur essendo organizzato, conserva una dimensione raccolta, quasi intima, perfetta per ricreare quell’atmosfera di vicinanza che caratterizza i live della Bandabardò. L’orario serale, l’apertura dei cancelli anticipata, la possibilità di vivere l’evento anche come esperienza conviviale (con ristorazione e servizi attivi): tutto contribuisce a costruire un appuntamento che va oltre il semplice concerto. Tutte le informazioni qui
Un rito che continua
A oltre trent’anni dalla sua nascita, la Bandabardò continua a occupare uno spazio unico nella musica italiana. Non è mai stata una band “di moda”, né ha cercato di esserlo. Ha costruito il proprio percorso con coerenza, attraversando cambiamenti, crisi, trasformazioni. Il segreto, se così si può chiamare, sta probabilmente nella capacità di restare fedele a un’idea semplice ma radicale: la musica come esperienza comune. Non come prodotto, ma come relazione.
“Se mi rilasso… collasso” torna oggi come titolo e come dichiarazione. Non è solo il nome di un disco o di un tour, ma una sintesi perfetta di ciò che la Bandabardò rappresenta: un’energia che non si esaurisce, una tensione che non si spegne, una storia che continua a trovare nuove forme. E il 25 aprile, al Forte di Bard, questa storia tornerà a farsi presente. Non come ricordo, ma come atto vivo.
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