transizione Combustibili fossili Colombia - fuorionline
Per la prima volta oltre 50 Paesi si sono riuniti in Colombia per discutere come abbandonare petrolio, gas e carbone. Un vertice storico tra promesse, limiti e interrogativi sul futuro della lotta al cambiamento climatico.
A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile 2026 si è tenuta la prima conferenza globale dedicata all’uscita dai combustibili fossili. Un evento storico, ma non privo di lacune. Nonostante le solite promesse, le assenze eccellenti e le resistenze economiche, il mondo ha provato per la prima volta a discutere seriamente non se, ma come smettere di dipendere da carbone, petrolio e gas.
Per decenni la diplomazia internazionale sul clima ha ruotato attorno a formule prudenti e spesso ambigue. Ridurre le emissioni, aumentare l’efficienza energetica, incentivare le fonti rinnovabili. Tutto necessario, ma quasi sempre evitando di nominare il vero cuore del problema: i combustibili fossili.
Petrolio, gas e carbone sono responsabili di oltre il 75 per cento delle emissioni globali di gas serra e di quasi il 90 per cento delle emissioni di anidride carbonica. Sono la principale causa del riscaldamento globale che sta alterando gli equilibri climatici del pianeta, intensificando ondate di calore, alluvioni, siccità e incendi.
Per questo la conferenza internazionale che si è svolta a Santa Marta, in Colombia, rappresenta un passaggio politico e simbolico di grande importanza. Per la prima volta, decine di Paesi si sono riuniti con un obiettivo esplicito: definire strategie concrete per abbandonare progressivamente i combustibili fossili.
Nel bene e nel male si è trattato del primo vertice mondiale dedicato interamente alla domanda più difficile di tutte: come uscire dall’era del petrolio.
Perché la conferenza di Santa Marta è un evento storico
L’importanza dell’incontro nasce da una svolta avvenuta alla COP28 di Dubai, nel 2023, quando quasi 200 Paesi hanno inserito per la prima volta in un documento ufficiale l’impegno a “transition away from fossil fuels”, cioè ad avviare una transizione fuori dai combustibili fossili.
Quella frase segnò un cambio di paradigma. Fino ad allora, nei negoziati internazionali, si era preferito parlare di riduzione delle emissioni, senza affrontare direttamente la necessità di diminuire l’estrazione e il consumo di petrolio, gas e carbone.
La conferenza di Santa Marta è stata il primo tentativo di trasformare quella formula diplomatica in azioni pratiche. La Colombia, insieme ai Paesi Bassi, ha assunto il ruolo di promotore di questo processo.
Perché proprio la Colombia
La scelta del Paese ospitante è altamente simbolica. La Colombia è uno dei maggiori produttori di carbone dell’America Latina e un importante esportatore di petrolio. Allo stesso tempo, il governo del presidente Gustavo Petro ha assunto una posizione radicalmente nuova.
Petro è stato il primo leader colombiano a sostenere apertamente che il futuro economico del Paese non può dipendere dalle fonti fossili. La sua amministrazione ha bloccato nuovi contratti di esplorazione petrolifera e punta a rafforzare energie rinnovabili, agricoltura e turismo sostenibile. La Colombia, in altre parole, sta tentando una trasformazione estremamente complessa: rinunciare gradualmente a una parte rilevante delle proprie entrate per costruire un modello di sviluppo diverso.
Questo rende il Paese un laboratorio politico osservato con attenzione da tutto il mondo.

Cosa significa davvero “transizione dai combustibili fossili”
Il concetto può sembrare astratto. In realtà è molto concreto. Significa che, nel tempo:
si estraggono meno petrolio, gas e carbone;
si consumano meno combustibili fossili;
si investe di più in energia solare, eolica e accumulo;
si elettrificano trasporti e riscaldamento;
si riconvertono interi settori industriali;
si proteggono lavoratori e territori che dipendono dalle attività estrattive.
In sostanza, si tratta di cambiare le fondamenta energetiche dell’economia mondiale. E non è certo una cosa da poco.
Cosa è stato deciso a Santa Marta
Purtroppo anche questa volta la conferenza non ha prodotto un trattato internazionale vincolante. Non sono stati firmati accordi con obblighi legali immediati. Eppure sarebbe un errore considerarla proprio irrilevante, visto che i risultati principali sono sei:
I risultati principali sono sei.
- Roadmap nazionali: I Paesi partecipanti hanno deciso di elaborare piani concreti per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, con obiettivi e tempistiche adattati alle rispettive realtà.
- Panel scientifico internazionale: È stato istituito un gruppo di esperti indipendenti con il compito di fornire analisi e indicazioni ai governi.
- Gruppi di lavoro: Sono stati creati tavoli permanenti su:
finanza;
occupazione;
sussidi ai fossili;
commercio internazionale.
4. Coinvolgimento della società civile Sindacati, scienziati, comunità indigene e giovani sono stati inclusi nel processo decisionale.
5. Cooperazione tra Paesi
I governi hanno concordato di condividere strumenti e strategie.
6.Prossimo vertice nel 2027
Il secondo summit si terrà a Tuvalu, uno degli Stati più vulnerabili all’innalzamento del livello del mare.
Perché non è stato firmato un trattato
Molti si chiedono: se il problema è così grave, perché non vietare semplicemente l’uso dei combustibili fossili? La risposta è economica e geopolitica. L’economia globale dipende ancora in modo massiccio da petrolio, gas e carbone. Queste fonti alimentano: trasporti, , industria, produzione elettrica, agricoltura, chimica e riscaldamento. Interrompere bruscamente questa dipendenza provocherebbe crisi economiche e sociali. Per questo la transizione deve essere graduale ma rapida.
Ma limite più evidente del summit è l’assenza di impegni vincolanti. Nessun Paese è stato obbligato a smettere di autorizzare nuove estrazioni, eliminare i sussidi e fissare una data certa di uscita. Le decisioni restano politicamente significative, ma volontarie. Ed è il classico problema della diplomazia climatica: grandi dichiarazioni, scarsa forza coercitiva.
Le grandi assenze
Alcuni dei principali produttori e consumatori mondiali non hanno assunto un ruolo centrale:
Stati Uniti;
Cina;
India;
Russia;
Arabia Saudita.
Senza il coinvolgimento pieno di questi attori, la capacità del vertice di incidere sul sistema energetico globale resta limitata. Uno degli aspetti più contraddittori riguarda il denaro pubblico.
Ogni anno i governi del mondo continuano a sostenere i combustibili fossili con centinaia di miliardi di dollari in agevolazioni dirette e indirette. In pratica, mentre si promette la decarbonizzazione, si continua a finanziare il problema. Santa Marta ha almeno posto il tema al centro del dibattito.
Chi paga il cambiamento?
La transizione energetica non è solo una sfida tecnologica. È una trasformazione sociale. Milioni di persone lavorano in miniere, raffinerie, centrali e industrie collegate. Intere città dipendono economicamente da questi settori. Una transizione “giusta” significa: creare nuovi posti di lavoro, garantire formazione, sostenere le comunità locali ed evitare nuove disuguaglianze.
Senza queste tutele, la transizione rischia di incontrare forti resistenze. Molti Paesi in via di sviluppo si trovano in una posizione difficil perchè da un lato subiscono gli effetti del cambiamento climatico. Dall’altro dispongono di risorse fossili che rappresentano una possibile fonte di reddito. Chiedere loro di rinunciare a queste entrate senza adeguato sostegno economico sarebbe ingiusto.
La Colombia è un simbolo potente, ma anche un esempio delle contraddizioni della transizione: il Paese continua a esportare carbone e petrolio, fondamentali per il bilancio nazionale. La strategia del governo richiede enormi investimenti e stabilità politica ma il rischio è che l’ambizione climatica si scontri con vincoli economici e resistenze interne.
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Perché il summit conta davvero
Nonostante i limiti, Santa Marta segna un cambio di mentalità. Per la prima volta, la comunità internazionale ha costruito un processo strutturato per discutere l’uscita dai combustibili fossili. La domanda non è più soltanto quante emissioni ridurre, ma come trasformare il sistema energetico ed è una differenza sostanziale.
L’Unione europea ha già avviato politiche di decarbonizzazione, ma il percorso resta complesso. L’Italia, pur aumentando la quota di energie rinnovabili, dipende ancora in modo significativo dal gas naturale. Gli eventi estremi osservati anche nelle Alpi e in Valle d’Aosta ricordano che il cambiamento climatico non è una questione lontana.
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