Farian Sabahi a Pont-Saint-Martin: capire l’Iran oltre propaganda, guerra e semplificazioni

Nella biblioteca di Pont-Saint-Martin la giornalista italo-iraniana ha ricostruito la storia della Repubblica islamica, il ruolo dei pasdaran e la nuova geografia del Medio Oriente.

Capire l’Iran senza fermarsi ai titoli dei telegiornali, senza la scorciatoia dei “buoni” e i “cattivi”, senza la tifoseria ideologica che spesso accompagna i conflitti internazionali. È stato questo il filo conduttore dell’incontro ospitato nella biblioteca di Pont Saint Martin il 28 aprile, in occasione di “Quattro chiacchiere in Biblioteca su…”, dove la giornalista e professoressa italo-iraniana Farian Sabahi, per l’evento intitolato “L’Iran tra radici profonde e orizzonti incerti” ha offerto al pubblico una lunga e articolata lettura della crisi mediorientale e della trasformazione interna della Repubblica islamica.

Davanti alla saletta gremita di persone, che a fine serata non hanno esitato a fare domande all’esperta sui fatti del presente,  l’assessore Fabio Badery, ha sottolineato la volontà di proporre «qualcosa di diverso e più profondo rispetto al mainstream», un momento di riflessione per andare oltre la narrazione semplificata che domina il dibattito pubblico quando si parla di guerra, diritti e Medio Oriente.

“Chi ha davvero diffuso quei video?” Il dubbio sulla narrazione mediatica

La prima frattura aperta da Sabahi riguarda il racconto mediatico iniziato nei primi giorni dallo scoppio della guerra. La studiosa ha dato il via partendo da una cosa che ha lasciato il segno nell’opinione pubblica, con una domanda, tanto semplice quanto destabilizzante, su alcuni video diventati virali anche nelle televisioni italiane, in cui gruppi di iraniani sarebbero stati ripresi mentre esultavano per i bombardamenti occidentali.

«Sono quasi sessanta giorni che in Iran internet è sostanzialmente in blackout», ha ricordato. «Io stessa faccio enorme fatica a parlare con i miei parenti. Le comunicazioni avvengono attraverso vecchie carte telefoniche internazionali, costose e precarie. Starlink esiste, ma è proibitivo e può costare anni di carcere. Allora mi chiedo: chi ha agevolato la diffusione di quei video?».

La domanda, più che una risposta, contiene una critica feroce al meccanismo dell’informazione di guerra: quando una notizia conferma ciò che il pubblico occidentale è già disposto a credere, spesso nessuno si interroga davvero sulla filiera che l’ha prodotta. Sabahi non ha negato che esista dissenso contro il regime, né che una parte della popolazione iraniana viva con insofferenza l’autoritarismo interno. Ma ha insistito sul fatto che un conto è il dissenso, un conto è la trasformazione del dolore collettivo in materiale narrativo utile alla propaganda internazionale.

«Nel momento in cui vengono giù interi palazzi residenziali, con migliaia di morti, feriti e milioni di sfollati, è difficile immaginare una gioia generalizzata», ha osservato, ricordando anche i danni subiti da siti storici e religiosi.

Dalla repubblica degli ayatollah a una centralità sempre più militare

Uno dei passaggi più densi della conferenza è stato quello dedicato alla metamorfosi interna della Repubblica islamica. L’immagine occidentale dell’Iran come semplice teocrazia governata dagli ayatollah, secondo Sabahi, non basta più. «Fino al 28 febbraio — ha spiegato — era un’oligarchia in cui ayatollah e pasdaran condividevano il potere. In questi due mesi, di fatto, si è trasformata in una dittatura militare».

Il riferimento è alla crescente centralità del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i pasdaran, sempre più determinanti nella gestione della sicurezza, delle decisioni strategiche e persino della narrazione pubblica. Questa lettura, ha insistito la docente, sfugge spesso agli osservatori occidentali perché il linguaggio politico iraniano è codificato in maniera diversa: non tutto viene detto esplicitamente, molto viene affidato ai simboli, ai silenzi, alle apparenti contraddizioni.

È qui che Sabahi introduce un concetto poco noto al grande pubblico ma decisivo per comprendere la diplomazia sciita: la taqiyya, cioè il principio secondo cui in condizioni di pericolo è lecito dissimulare, occultare, differire la verità per proteggere sé stessi e la propria comunità.

Una categoria religiosa che, secondo la giornalista, torna utile anche per interpretare la politica estera di Teheran: dichiarazioni divergenti, dimissioni annunciate, aperture e chiusure improvvise fanno parte spesso di un “gioco delle parti” che gli analisti europei tendono a leggere in modo troppo letterale. «La situazione è sicuramente complessa. Io per esempio scrivo da fine febbraio per il ‘Fatto Quotidiano di Iran, e il pezzo che è uscito l’altro ieri, raccontava proprio di questo, della taqiyya, uno degli elementi fondanti sciita dell’Iran.».

Il Golfo che non si fida più degli Stati Uniti

Ma l’Iran, ha ripetuto più volte Sabahi, non può essere capito da solo. È un nodo di una rete regionale in piena ridefinizione. Per questo il discorso si è spostato sull’Arabia Saudita, da decenni pilastro dell’alleanza americana nel Medio Oriente sunnita e tradizionale antagonista di Teheran.

Secondo la studiosa, qualcosa si è incrinato. Il genocidio a Gaza, il devastante impatto sull’opinione pubblica araba, i bombardamenti in Libano e la percezione di una Washington sempre meno in grado di controllare il caos stanno producendo una progressiva presa di distanza saudita.

La relatrice ha citato come segnali di questo mutamento sia il linguaggio sempre più critico di parte della stampa saudita, sia la crescente discussione intorno a modelli economici meno dipendenti dal dollaro e dai circuiti finanziari statunitensi. È in questo quadro che si inserisce anche il tema dell’Opec e della possibile libertà di manovra dei produttori petroliferi del Golfo: energia, finanza e sicurezza stanno smettendo di essere compartimenti separati e tornano a fondersi in una sola grande partita geopolitica.

Le basi americane e la fine dell’illusione dell’invulnerabilità

Un altro dei punti toccati da Sabahi riguarda la percezione di sicurezza delle monarchie del Golfo. Per anni Emirati, Qatar, Bahrein e Arabia Saudita hanno accettato di trasformarsi in piattaforme strategiche degli Stati Uniti, riempiendosi di basi militari e sistemi di difesa.

L’idea era semplice: la presenza americana avrebbe garantito deterrenza assoluta. «Oggi invece — ha sostenuto Sabahi — quei Paesi si scoprono esposti». La protezione promessa non appare più così automatica e la sensazione di vulnerabilità cambia inevitabilmente anche il modo di rapportarsi con l’Iran. Tradotto: meno disponibilità allo scontro frontale e più interesse a tenere aperti canali diplomatici con Teheran.

Persia, Iran: un nome che racconta un progetto di potenza

Nella seconda parte dell’incontro il livello si è ulteriormente alzato, sconfinando in una lunga cavalcata nella storia iraniana. Sollecitata dalle domande del moderatore Davide Gamba, Sabahi ha spiegato che persino la distinzione tra Persia e Iran non è una semplice curiosità lessicale.

Quando Reza Shah Pahlavi impose negli anni Trenta alle cancellerie occidentali di abbandonare il nome Persia per adottare ufficialmente Iran, non stava facendo un esercizio di semantica: stava rifondando l’immaginario nazionale. Persia era il nome dato dall’esterno, filtrato dalla geografia classica e dallo sguardo coloniale. Iran evocava invece la continuità con la grandezza imperiale e con l’antica matrice dell’altopiano iranico. Una scelta che, ha sottolineato la giornalista, aveva un significato profondamente politico. «Persia era il nome che arrivava dallo sguardo europeo, derivava da Pars, la regione di Shiraz. Iran invece evocava l’antico splendore imperiale e la matrice dell’altopiano iranico». In altre parole, non un semplice cambio di etichetta geografica, ma il tentativo di sottrarsi a una denominazione filtrata dai colonialismi franco-britannici per recuperare un’immagine nazionale più vasta, più antica e più autonoma.

Il messia islamico

Da qui il discorso si è spostato sui codici religiosi che ancora oggi attraversano la Repubblica islamica e che, secondo Sabahi, spesso sfuggono completamente alla lettura occidentale. Anche un dettaglio apparentemente marginale come il colore del turbante porta con sé una precisa gerarchia simbolica: il turbante nero è riservato ai Seyed, coloro che rivendicano una discendenza diretta dal profeta Maometto, mentre quello bianco distingue chi non appartiene a quella linea genealogica.

Per comprendere il peso di questa simbologia, Sabahi ha riportato il pubblico alla frattura originaria dell’Islam, nata nel 632 dopo Cristo con la morte di Maometto. Se per i sunniti il successore legittimo fu il califfo Abū Bakr, per gli sciiti il solo ad avere diritto alla guida della comunità era Alī ibn Abī Ṭālib, cugino e genero del Profeta. Da questa divisione prende forma la tradizione sciita duodecimana, maggioritaria in Iran, fondata sulla successione di dodici imam.

«Il dodicesimo imam non è morto: è andato in occultamento», ha spiegato la giornalista. «Il mondo sciita attende il suo ritorno come Mahdi, il Messia». È un passaggio teologico che, nelle parole della relatrice, aiuta a comprendere anche alcune dinamiche del presente. Il fatto che Mostafa Khomeini continui a impartire ordini senza mostrarsi pubblicamente, dopo essere sopravvissuto ai bombardamenti del 28 febbraio in cui ha perso gran parte della propria famiglia, alimenta infatti nell’immaginario sciita un’associazione potente con quella figura invisibile ma ancora agente. «L’assenza fisica, in quel contesto, non indebolisce il potere: può addirittura rafforzarlo sul piano della narrativa religiosa e politica».

Un Paese di minoranze, contraddizioni e memorie cancellate

L’immagine di un Iran compatto e uniformemente islamico è stata ulteriormente incrinata dal passaggio dedicato alle minoranze religiose. Sabahi ha ricordato la presenza storica di comunità ebraiche, cristiane e zoroastriane, cui sono riservati seggi parlamentari, ma ha soprattutto insistito sulla condizione dei bahá’í, considerati eretici e da decenni oggetto di discriminazioni.

È un dettaglio che cambia la prospettiva: l’Iran non è soltanto il Paese dei turbanti e delle piazze antiamericane, ma anche uno spazio attraversato da pluralità, conflitti interni, identità differenti e tensioni tra modernità e ortodossia.

Farian Sabahi Pont Saint Martin
Farian Sabahi Pont Saint Martin

La rivolta del tabacco e il Parlamento: quando l’Iran imparò a dire no

Tra i momenti più sorprendenti della conferenza, il racconto della rivolta del tabacco del 1891-1892, nata contro il monopolio concesso agli inglesi, e della successiva rivoluzione costituzionale del 1906.

Sabahi ha ricordato come proprio da quella protesta popolare — sostenuta da religiosi, mercanti, contadini e persino dalle donne dell’harem reale — prese forma una delle prime grandi ribellioni anti-coloniali dell’Asia occidentale.

Pochi anni più tardi nacque il Majles, il Parlamento iraniano. Un fatto storico spesso dimenticato, ma fondamentale: mentre molti Paesi dell’area non avevano ancora neppure un’idea di rappresentanza, la Persia stava già sperimentando una monarchia costituzionale. «L’Iran è molto più politico di quanto immaginiamo», è stata la sintesi implicita dell’intervento.

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A Pont Saint Martin una richiesta di complessità, nel tempo delle semplificazioni

Alla fine della serata è rimasta una sensazione precisa: non tanto quella di aver ricevuto risposte definitive, quanto quella di aver capito quanto sia pericoloso cercarle troppo in fretta.

Farian Sabahi ha smontato una dopo l’altra molte delle scorciatoie interpretative con cui l’Occidente racconta il Medio Oriente: la contrapposizione morale semplificata, l’idea di un Iran fermo nel tempo, la convinzione che gli alleati degli Stati Uniti siano blocchi immobili, l’illusione che i conflitti si possano leggere senza conoscerne le radici.

Dietro le immagini della guerra, ha mostrato la studiosa, c’è un Paese che porta sulle spalle secoli di impero, rivolte popolari, colonialismi, petrolio, teologia, nazionalismo e resistenza. E forse il valore più alto dell’incontro valdostano è stato proprio questo: ricordare che la complessità non è un lusso accademico, ma l’unico antidoto possibile contro la propaganda.

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