Sanità animale in Valle d’Aosta: a Bruxelles l’allarme su bluetongue e dermatite nodulare

Virus trasmessi dagli insetti, cambiamento climatico, vaccinazioni e restrizioni per gli allevamenti: la Valle d’Aosta porta in Europa le criticità di una montagna sempre più esposta alle nuove emergenze che colpiscono gli animali da allevamento. 

La salute degli animali da allevamento non è soltanto una questione veterinaria. In una regione come la Valle d’Aosta, dove l’allevamento intensivo non esiste e la zootecnia rappresenta un presidio ambientale e culturale, oltre che economico, ogni emergenza sanitaria che colpisce bovini, ovini o caprini si traduce in conseguenze dirette si, per le aziende agricole, per la produzione lattiero-casearia ma anche per l’equilibrio stesso delle aree montane.

Lunedì 27 aprile  l’assessore regionale alla Sanità Carlo Marzi, accompagnato dalla veterinaria regionale Enrica Muraro è stato  Bruxelles per una missione di particolare rilievo: portare ai tavoli europei le difficoltà che la Valle d’Aosta sta affrontando nella gestione di due patologie animali oggi considerate tra le più delicate per il settore, la bluetongue e la lumpy skin disease, conosciuta anche come dermatite nodulare contagiosa.

Perché Bruxelles è diventata un passaggio obbligato

Quando si parla di sanità animale, infatti, molte delle decisioni che incidono sulla vita quotidiana degli allevatori non vengono prese soltanto a Roma o a livello regionale. È lUnione Europea a stabilire gran parte del quadro normativo: dai protocolli di contenimento delle epidemie ai limiti sugli spostamenti del bestiame, fino alle strategie vaccinali e alle restrizioni commerciali.

Per una piccola regione alpina, con allevamenti diffusi su un territorio complesso e spesso frammentato, l’applicazione di regole pensate su scala continentale può però rivelarsi difficile. Da qui la scelta della Regione di confrontarsi direttamente con i referenti europei competenti, cercando di far comprendere che la montagna ha esigenze specifiche e che la tutela sanitaria deve conciliarsi con la sopravvivenza economica delle imprese.

La delegazione valdostana ha quindi partecipato a due giorni di incontri istituzionali con funzionari della Commissione europea e con i rappresentanti italiani presso l’Unione, illustrando sia il lavoro già svolto sul territorio sia le criticità ancora aperte.

“Ho ritenuto fondamentale confrontarmi direttamente con i referenti della Commissione europea e con la Rappresentanza italiana per mantenere aperto un dialogo continuo su questioni che incidono in modo concreto sulla salute animale, sulla tenuta delle aziende agricole e sulla qualità delle produzioni del nostro territorio. Dopo il lavoro avviato con il Ministero prima sulla bluetongue e poi sulla dermatite nodulare, abbiamo portato anche a Bruxelles le esigenze specifiche della Valle d’Aosta.” Ha riferito Marzi in un comunicato stampa.

Le due emergenze sotto osservazione: bluetongue e dermatite nodulare

Per capire il senso della missione bisogna partire dalle due malattie finite al centro del confronto. La prima è la bluetongue, o febbre catarrale degli ovini, una malattia virale che colpisce principalmente pecore ma può interessare anche bovini e capre. Viene trasmessa da insetti vettori e può provocare febbre, gonfiori, difficoltà respiratorie, calo produttivo e, nei casi più gravi, morte dell’animale. Anche quando non determina elevata mortalità, comporta pesanti limitazioni nella movimentazione dei capi e genera ricadute economiche importanti.

La seconda è la lumpy skin disease, detta dermatite nodulare contagiosa, patologia virale che interessa soprattutto i bovini. Si manifesta con noduli cutanei, abbattimento fisico, diminuzione della produzione di latte, infertilità e possibili complicanze sistemiche. È una malattia particolarmente temuta perché, oltre ai danni sanitari, impone misure di controllo severe che possono bloccare commercio e trasferimenti.

Si tratta dunque di virus che non minacciano soltanto il singolo allevamento colpito, ma l’intera filiera agricola.

La richiesta valdostana: misure efficaci ma sostenibili

Nel confronto con i vertici sanitari europei, la Valle d’Aosta ha posto una questione molto concreta: come applicare le disposizioni comunitarie in un territorio montano senza mettere in ginocchio le aziende?

Come già accennato, gli allevamenti valdostani hanno caratteristiche profondamente diverse da quelli intensivi di pianura. Le stalle sono spesso di piccole o medie dimensioni, distribuite in vallate laterali, con una forte dipendenza dalla mobilità stagionale degli animali e con costi di gestione già elevati. A ciò si aggiunge la centralità di manifestazioni, scambi di capi e trasferimenti legati al ciclo produttivo.

In presenza di restrizioni sanitarie rigide, ogni blocco degli spostamenti può tradursi in difficoltà operative enormi: impossibilità di vendere, ritardi nella movimentazione verso pascoli o mercati, rallentamenti nella riproduzione e maggiori costi di mantenimento.

La Regione ha quindi chiesto che i regolamenti europei tengano maggiormente conto della proporzionalità delle misure, distinguendo tra territori e situazioni epidemiologiche differenti.

Un modello organizzativo che l’Europa ha riconosciuto

Uno degli elementi emersi dagli incontri è stato il riconoscimento del sistema valdostano di risposta alle emergenze veterinarie. “In questa sede ci è stato riconosciuto l’alto livello raggiunto nella gestione delle emergenze sanitarie, ma allo stesso tempo abbiamo evidenziato le difficoltà operative che derivano dall’applicazione di normative europee spesso complesse per una realtà di montagna come la nostra” Ha sottolineato l’assessore.

Negli ultimi mesi, infatti, l’amministrazione regionale ha costruito un lavoro di coordinamento continuo tra assessorato, servizi veterinari, associazioni agricole e operatori del comparto. Una macchina che ha permesso di reagire rapidamente sia sul fronte informativo sia su quello operativo, cercando di ridurre i tempi di attuazione delle disposizioni sanitarie.

Il punto di forza, secondo quanto emerso dal confronto, è stato proprio il dialogo tra componente politica e struttura tecnica: una sinergia che ha consentito di tradurre in decisioni amministrative le indicazioni scientifiche e, nello stesso tempo, di riportare ai livelli superiori le difficoltà concrete riscontrate sul territorio.

Non un dettaglio secondario, perché nelle crisi sanitarie la tempestività è decisiva: ritardi o incertezze possono amplificare il contagio e rendere ancora più pesanti le misure restrittive.

sanità animale Valle d'Aosta
sanità animale Valle d’Aosta – -Foto per gentile concessione dell’ Ufficio Stampa Regione Autonoma Valle d’Aosta – fuorionline

Il nodo delle vaccinazioni e dei capi ancora bloccati

Accanto alla dimensione diplomatica e istituzionale, resta però aperta la questione più pratica: quella delle aziende che stanno affrontando le limitazioni imposte dai protocolli sanitari.

La Regione ha avviato un nuovo piano vaccinale che ha già coinvolto circa 17 mila capi. Un numero significativo che mostra come una parte consistente del comparto abbia aderito alla strategia di prevenzione indicata dai servizi veterinari.

La vaccinazione rappresenta oggi il principale strumento per cercare di contenere la diffusione delle patologie e ottenere, nel medio periodo, un alleggerimento delle restrizioni. Tuttavia non tutti gli allevamenti hanno scelto di procedere allo stesso modo, e questo comporta conseguenze precise.

Le aziende che restano soggette a limitazioni e che decidono di non vaccinare i propri animali non vedranno infatti decadere automaticamente il blocco nelle prossime settimane. In altre parole, senza adesione al percorso sanitario stabilito, la condizione di restrizione continuerà anche oltre le scadenze inizialmente attese. Un passaggio che la Regione ha voluto chiarire con nettezza: non ci sarà una sorta di “sanatoria temporale”, ma una linea coerente con il piano di contenimento e con le regole comunitarie in vigore.

Cosa significa concretamente per il comparto zootecnico

Tradotto in termini pratici, il messaggio è chiaro: la partita della sanità animale non si gioca soltanto negli uffici europei, ma soprattutto nelle stalle.

Da una parte c’è la necessità di mantenere alta la protezione sanitaria per evitare che focolai e diffusione delle malattie compromettano anni di lavoro selettivo e produttivo. Dall’altra c’è il bisogno di garantire agli allevatori strumenti realistici, supporto tecnico e norme che non risultino sproporzionate rispetto alla dimensione locale.

Il viaggio a Bruxelles ha avuto proprio questa funzione: creare un filo diretto tra la realtà valdostana e chi scrive le cornici regolatorie. Far comprendere che dietro una restrizione o una prescrizione non ci sono numeri astratti, ma aziende familiari, produzioni tipiche, economia di montagna e presidio del territorio.

Perché quando una stalla chiude o riduce drasticamente la propria attività non si perde soltanto reddito agricolo: si impoverisce il paesaggio rurale, si indebolisce la manutenzione dei pascoli e si riduce quella presenza umana che in alta quota è fondamentale anche dal punto di vista ambientale.

Approfondiamo alcuni aspetti

Da dove arrivano bluetongue e dermatite nodulare?

Sia la bluetongue sia la dermatite nodulare contagiosa sono malattie virali, quindi provocate da virus specifici che attaccano gli animali da allevamento. Non nascono nelle stalle valdostane, naturalmente: il problema è che oggi questi virus riescono a spostarsi con molta più facilità rispetto al passato.

La particolarità è che non si diffondono principalmente per contatto diretto tra un bovino e l’altro, come si potrebbe immaginare, ma attraverso piccoli insetti ematofagi — moscerini pungitori, mosche, zanzare e in alcuni casi zecche — che fungono da trasportatori del virus. In pratica accade questo: un insetto punge un animale infetto, assume il virus e successivamente, pungendo un altro capo sano, glielo trasmette.

È lo stesso meccanismo con cui molte malattie tropicali colpiscono l’uomo. Solo che qui le vittime sono bovini, pecore e capre.

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Il cambiamento climatico c’entra eccome

Ed ecco perché negli ultimi anni queste patologie stanno comparendo con maggiore frequenza anche in Europa e nelle aree alpine.

Insetti come i culicoidi — minuscoli moscerini quasi invisibili, responsabili della diffusione della bluetongue — proliferano meglio con:

temperature più alte, stagioni calde più lunghe, aumento dell’umidità, inverni meno rigidi. Fino a qualche anno fa il freddo limitava fortemente la sopravvivenza di questi vettori in molte zone del continente. Oggi invece il loro ciclo biologico si prolunga e il raggio di diffusione si amplia. Gli esperti veterinari internazionali sottolineano proprio che l’espansione geografica di queste malattie è strettamente collegata alle nuove condizioni climatiche favorevoli agli insetti trasmettitori.

Più caldo infatti significa più insetti attivi per più mesi, quindi più possibilità che il virus circoli. Questo è uno degli aspetti più interessanti da far capire: la sanità animale oggi è anche una conseguenza concreta della crisi climatica.

Anche la globalizzazione del bestiame ha un peso

Non c’è però soltanto il meteo. Negli ultimi decenni sono aumentati enormemente: gli scambi commerciali di animali vivi, il trasporto di mangimi e materiali agricoli, la circolazione internazionale di mezzi e persone, la movimentazione stagionale delle mandrie. Quando un virus compare in un Paese e ci sono continui spostamenti di capi o di vettori infetti, il salto geografico diventa molto più rapido.

La dermatite nodulare, per esempio, era storicamente confinata in Africa; poi ha raggiunto Medio Oriente, Balcani, Asia e adesso anche l’Europa meridionale, Italia compresa. Gli studi veterinari internazionali parlano apertamente di una diffusione favorita dai trasporti e dall’adattabilità del virus a nuovi ambienti.

Insomma: i confini sanitari oggi sono molto più fragili di un tempo. Perché colpiscono anche zone di montagna apparentemente isolate?

Ma la Valle d’Aosta non è isolata? Come fanno ad arrivare fin quassù? Verrebbe da chiedere.  Basta l’ingresso di un solo vettore infetto in una zona suscettibile per innescare il problema. In più i bovini possono talvolta fungere da “serbatoio silenzioso”: ospitano il virus senza sintomi immediatamente evidenti e consentono agli insetti di prelevarlo e trasmetterlo altrove. Questo è uno dei motivi per cui la sorveglianza veterinaria è così stretta. Non è colpa degli allevatori: è una nuova vulnerabilità del sistema. L’Europa impone protocolli severi proprio perché il contagio può diventare molto rapido una volta che il virus attecchisce in un territorio.

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