Palantir divide l’Europa: perché Germania, Svizzera e Regno Unito stanno ripensando il rapporto con il colosso USA dell’intelligenza artificiale

Dalla difesa ai dati sanitari, fino agli investimenti finanziari: la società americana che aiuta governi e apparati di sicurezza a leggere enormi masse di informazioni è diventata centrale per l’Occidente. Ma proprio mentre cresce la sua influenza, aumentano paure, resistenze e polemiche.

C’è una società americana che negli ultimi anni è diventata una delle più potenti e più discutibili del mondo tecnologico. Si chiama Palantir Technologies, lavora nell’analisi avanzata dei dati, nell’intelligenza artificiale applicata ai sistemi decisionali e nella costruzione di piattaforme che trasformano milioni di informazioni sparse in indicazioni operative immediate.

In pratica: consente a governi, eserciti, ospedali e grandi istituzioni di “vedere” connessioni che altrimenti resterebbero invisibili.

È per questo che Palantir è diventata negli anni una presenza fissa nei settori più delicati del potere contemporaneo: sicurezza nazionale, intelligence, difesa, sanità pubblica, controllo delle frontiere, monitoraggio delle crisi. Eppure, proprio mentre il suo software si impone come standard strategico negli Stati Uniti, in Europa si sta aprendo una crepa sempre più evidente: diversi Paesi vogliono la tecnologia di Palantir, ma non sono sicuri di voler dipendere da Palantir.

Gli ultimi segnali arrivano da Germania, Svizzera e Regno Unito. Tre dossier distinti che raccontano in realtà una sola domanda: fino a che punto è accettabile affidare dati sensibili, infrastrutture pubbliche e decisioni critiche a una società privata americana così vicina al complesso militare e politico di Washington?

La Germania frena: “Non possiamo aprire il database nazionale”

Il caso più netto è emerso in questi giorni. La Bundeswehr, le forze armate tedesche, ha chiarito di non voler assegnare almeno per ora nuovi contratti a Palantir per la costruzione della futura cloud militare e dei sistemi di elaborazione AI. A spiegarlo è stato Thomas Daum, responsabile della difesa cibernetica tedesca, che ha messo sul tavolo il vero nodo della questione: l’accesso di personale industriale esterno ai dati strategici nazionali. (fonte:Reuters)

In poche parole Berlino riconosce che il software funziona, ma ritiene troppo delicato permettere a un soggetto privato statunitense di entrare nel cuore informativo dell’apparato militare tedesco. La posizione è tanto più significativa se si considera che, nello stesso momento, gli Stati Uniti stanno facendo l’esatto contrario.

A marzo il Pentagono ha infatti promosso Maven, il sistema di intelligenza artificiale di Palantir per l’analisi di immagini satellitari, radar, droni e sensori, a programma ufficiale permanente del Dipartimento della Difesa. Significa finanziamenti stabili, diffusione capillare e integrazione strutturale nelle operazioni militari americane. Washington lo considera ormai una colonna portante della guerra algoritmica del futuro, mentre Berlino teme che quella stessa dipendenza possa trasformarsi in una vulnerabilità geopolitica. Non è un dettaglio tecnico. È una questione di sovranità digitale.

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Cos’è davvero Palantir e perché tutti la vogliono e molti la temono

Per capire il peso di questa diffidenza bisogna chiarire una cosa: Palantir non è una semplice software house. Fondata nel 2003 da Peter Thiel (un personaggio che merita un approfondimento a parte n.d.r.) Alex Karp e altri ex ambienti PayPal-Stanford, nasce con il sostegno iniziale di In-Q-Tel, il braccio finanziario della CIA. L’idea originaria era costruire strumenti capaci di collegare fonti informative differenti — tabulati, immagini, registri, documenti, database, flussi operativi — e renderle intellegibili in tempo reale agli analisti.

I suoi prodotti principali sono tre:

Gotham, usato da intelligence, polizie e apparati militari;
Foundry, adottato da aziende, ospedali e istituzioni civili;
Apollo/Maven, dedicato all’orchestrazione AI e alle decisioni operative su larga scala.

La forza di Palantir è semplice da spiegare anche ai non addetti ai lavori: non crea i dati, ma li mette in relazione. Prende archivi che normalmente non comunicano tra loro e costruisce mappe di rischio, profili, previsioni, anomalie, priorità d’intervento. È una specie di cervello centrale che accelera enormemente la capacità decisionale umana.

Per un ospedale significa ridurre liste d’attesa e inefficienze.
Per un esercito significa identificare prima una minaccia.
Per un governo significa incrociare informazioni amministrative, giudiziarie, migratorie e territoriali in pochi secondi.

Ed è proprio qui che nasce il problema.

Il paradosso britannico: utile ma troppo radicata

Il Regno Unito è oggi l’esempio più evidente di questa ambivalenza. Da una parte il National Health Service ha affidato a Palantir un contratto settennale da 330 milioni di sterline per unificare oltre 200 silos di dati sanitari attraverso la piattaforma Foundry. I risultati operativi dichiarati sono notevoli: più pazienti trattati, tempi di gestione più rapidi, uso più efficiente delle sale operatorie. (Fonte: The Guardian). Dall’altra parte, proprio questo successo ha aperto un dibattito politico durissimo.

Associazioni civili, attivisti e parte del mondo sanitario contestano l’idea che il sistema sanitario britannico possa diventare dipendente da una società nota per i suoi legami con intelligence, Pentagono e autorità migratorie statunitensi. La domanda che circola a Londra è brutale ma chiara: se il software diventa la spina dorsale dell’infrastruttura dati sanitaria, quanto è davvero semplice uscirne in futuro?

Il punto non è se Palantir rubi dati — l’azienda sostiene di non raccoglierli né conservarli in proprio — ma quanto potere acquisisce chi organizza e rende leggibile il flusso delle informazioni più sensibili di uno Stato. Perché chi controlla l’architettura dell’analisi controlla, di fatto, il ritmo delle decisioni.

La Svizzera e il fronte etico-finanziario

Se Germania e Regno Unito mostrano il conflitto sul piano operativo, la Svizzera apre invece il capitolo finanziario e reputazionale.

La Banca Nazionale Svizzera possiede infatti una partecipazione da circa 1,1 miliardi di dollari in Palantir. Una quota rilevante che ha spinto gruppi di attivisti statunitensi a chiedere formalmente a Berna di disinvestire, accusando l’azienda di contribuire ai sistemi di contrasto all’immigrazione clandestina negli Stati Uniti.

La banca centrale svizzera ha difeso il proprio approccio spiegando che il portafoglio azionario segue criteri di neutralità di mercato e diversificazione, salvo escludere imprese coinvolte in violazioni gravi e sistematiche. Ma il fatto stesso che un investimento finanziario di banca centrale venga trascinato nel terreno dei diritti civili mostra quanto Palantir non sia più percepita come una normale società tecnologica quotata in borsa. È diventata un simbolo politico.

Comprare Palantir o lavorare con Palantir non è più soltanto una scelta industriale: è una presa di posizione su che tipo di tecnologia pubblica si vuole accettare.

Le controversie che inseguono il colosso americano

Le resistenze non nascono dal nulla. Palantir porta con sé da anni un bagaglio di contestazioni che nessun grande cliente governativo può ignorare:

  • il coinvolgimento nei software dell’ICE per il tracciamento e la gestione delle espulsioni dei migranti negli Stati Uniti;
  • le accuse di aver favorito forme di sorveglianza governativa ipercentralizzata;
  • i dubbi su possibili conflitti tra sicurezza nazionale e libertà civili;
  • le polemiche per l’uso in contesti di polizia predittiva;
  • la crescente opacità attorno ai rapporti tra settore pubblico e contractor AI.

E c’è chi ha segnalato la sua attuazione anche nel genocidio a Gaza. Su Reddit e nei forum internazionali dedicati alla privacy il sentiment è chiarissimo: molti utenti considerano i contratti con Palantir un rischio strutturale di dipendenza tecnologica e di concentrazione del potere informativo. Il punto centrale non è soltanto ciò che l’azienda fa oggi, ma ciò che rende possibile fare domani a chi ne utilizza le piattaforme.

Un software capace di fondere database sanitari, giudiziari, biometrici, fiscali e migratori può diventare contemporaneamente uno strumento di efficienza pubblica o di sorveglianza senza precedenti. Dipende da chi impugna il volante. Ma il motore resta lo stesso.

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L’Europa davanti a un bivio: efficienza o autonomia?

Ecco perché i tre casi di queste settimane non sono episodi scollegati.

La Germania teme la perdita di controllo strategico.
Il Regno Unito teme l’irrevocabilità tecnologica.
La Svizzera si misura con il costo reputazionale e morale dell’investimento.

Sono tre facce dello stesso dilemma europeo: affidarsi a una tecnologia americana oggi quasi irraggiungibile per capacità di integrazione dati, oppure investire lentamente in alternative interne meno mature ma politicamente più controllabili.

Il problema è che costruire un “anti-Palantir” europeo richiede anni, capitali, know-how e soprattutto volontà politica coordinata. Nel frattempo Palantir continua ad avanzare perché offre ciò che molti governi non hanno: una soluzione pronta, funzionante e scalabile. Ed è questo il vero vantaggio competitivo dell’azienda di Denver. Non vende solo software. Vende tempo.Tempo risparmiato nell’analisi. Tempo guadagnato nelle decisioni. Tempo sottratto alla burocrazia.

Ma in geopolitica il tempo ha sempre un prezzo. E il prezzo, in questo caso, potrebbe chiamarsi dipendenza.

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