Crisi energetica combustibili fossili: perché trivellare più petrolio non abbassa le bollette e non rende i Paesi più sicuri

La guerra con l’Iran ha riacceso l’allarme sui prezzi dell’energia e sulla dipendenza dal gas. Ma la risposta di tornare ai combustibili fossili si scontra con una realtà che i numeri raccontano chiaramente: nuove estrazioni non risolvono né il caro energia né la fragilità del sistema.

L’ennesima guerra in Medio Oriente fa tremare il mercato mondiale dell’energia. È successo ancora. L’escalation con l’Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz — uno dei passaggi marittimi più strategici per il commercio di petrolio e gas — hanno provocato una nuova impennata dei prezzi internazionali, riaprendo una ferita che sembrava solo in parte rimarginata dopo lo shock seguito all’invasione russa dell’Ucraina.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mercati nervosi, quotazioni del greggio in salita, gas più costoso, timori per le forniture e famiglie che si preparano all’ennesima stagione di rincari. Secondo Reuters, gli analisti parlano già di un nuovo ciclo di “shock energetici globali”, in cui ogni crisi geopolitica si traduce quasi automaticamente in aumenti del costo dell’energia e maggiore instabilità economica.

Ed è proprio in questo contesto che torna a farsi largo una richiesta tanto semplice quanto politicamente redditizia: perforare di più, estrarre più petrolio, rilanciare il gas. Ma è davvero questa la risposta? I dati raccontano una storia diversa.

Più petrolio non significa bollette più basse: il prezzo lo decide il mercato mondiale

La convinzione che aumentare la produzione nazionale faccia automaticamente diminuire il costo dell’energia è una delle narrazioni più diffuse ogni volta che scoppia una crisi internazionale. Eppure è anche una delle più fuorvianti. Petrolio e gas non vengono venduti a un prezzo “domestico”. Sono merci globali, il cui valore dipende dalle tensioni internazionali, dalla finanza, dai flussi commerciali e dall’equilibrio tra domanda e offerta su scala planetaria.

Questo significa che anche se un Paese apre nuovi pozzi o nuove piattaforme, il combustibile estratto continuerà ad avere il prezzo stabilito dai mercati internazionali. In sostanza: la “trivella sotto casa” non protegge il consumatore dagli shock mondiali. È quanto emerge con chiarezza dal recente approfondimento di Carbon Brief, che ha analizzato il dibattito britannico nato attorno al Mare del Nord dopo la crisi iraniana, smontando l’idea che nuove concessioni possano alleggerire il caro bollette.

Gli esperti ricordano infatti che il Regno Unito, come molti altri Paesi importatori, subisce i prezzi fissati all’esterno: non ha una produzione sufficiente per orientare il mercato. Ed è un concetto che vale ben oltre i confini britannici.

Crisi energetica combustibili fossili
Crisi energetica combustibili fossili – fuorionline

La crisi con l’Iran dimostra solo una cosa: il fossile è sinonimo di instabilità

C’è un elemento che spesso sfugge nel dibattito pubblico. La guerra non sta mostrando che manca petrolio. Sta mostrando che dipendere dal petrolio è di per sé un rischio enorme. Quando l’energia di un sistema economico si basa su risorse concentrate in aree geopoliticamente fragili, basta un conflitto, una sanzione, una minaccia navale o un incidente logistico per far saltare l’equilibrio. È ciò che stiamo osservando ancora una volta con il Medio Oriente.

Il fossile, insomma, non è una garanzia di stabilità: è una porta sempre aperta sulla volatilità. Non a caso il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha sottolineato che gli ultimi eventi stanno cambiando radicalmente la percezione di petrolio e gas, ormai sempre più considerati fattori di vulnerabilità e non più strumenti affidabili di sicurezza strategica.

Questo è il punto chiave.

La vera emergenza non è trivellare poco.
La vera emergenza è dipendere ancora troppo da fonti che reagiscono immediatamente al caos globale.

Mare del Nord, il caso simbolo: nuove estrazioni con effetti minimi

Nel Regno Unito la discussione si è concentrata sul Mare del Nord, indicato da una parte della politica come la strada maestra per difendere il Paese da importazioni e rincari. Ma i numeri raccontano un’altra realtà. Il Mare del Nord è oggi un bacino maturo: la gran parte delle risorse più accessibili è già stata sfruttata e la produzione è in calo da decenni. Nuove licenze potrebbero al massimo rallentare leggermente questo declino, non invertire il trend.

Tradotto in termini pratici: non esiste un ritorno all’autosufficienza energetica. Carbon Brief ricorda che circa il 90% delle risorse britanniche economicamente più sfruttabili è già stato consumato e che l’eventuale nuova produzione avrebbe volumi troppo contenuti per incidere davvero sui mercati. In più c’è una questione spesso ignorata: i tempi.

Tra rilascio delle licenze, autorizzazioni, investimenti, perforazioni e messa in produzione possono passare molti anni. Troppi per rispondere a una crisi che sta colpendo famiglie e imprese oggi. Insomma: il petrolio “nuovo” arriva tardi e arriva poco.

Sicurezza energetica: la differenza tra produrre di più e dipendere di meno

Qui si apre il nodo più importante. Nel dibattito pubblico si continua a confondere la produzione con la sicurezza. Ma non sono la stessa cosa. Un Paese è energeticamente sicuro non quando estrae semplicemente più combustibile, bensì quando è meno esposto alle oscillazioni del mercato globale.

E questo risultato si ottiene in un solo modo: riducendo il bisogno di gas e petrolio. Più edifici efficienti, più pompe di calore, più elettricità da fonti rinnovabili, più accumulo, reti più intelligenti, trasporti meno dipendenti dal greggio. In altre parole: meno consumo di fossili. Le analisi britanniche citate da Carbon Brief mostrano che l’espansione delle tecnologie pulite avrebbe un impatto sulle importazioni di gas nettamente superiore rispetto a nuove trivellazioni nel Mare del Nord. È una differenza sostanziale.

Le nuove perforazioni aumentano di poco l’offerta. La transizione energetica riduce il problema alla radice: abbassa la domanda.

E quando la domanda di gas cala, cala anche il potere che le crisi internazionali hanno sulle bollette.

Il falso mito dei posti di lavoro e dei miliardi fiscali

Un altro argomento ricorrente è quello occupazionale: nuove piattaforme, si dice, significherebbero migliaia di posti di lavoro e grandi introiti per lo Stato. Ma anche qui il quadro è meno lineare. I giacimenti maturi generano rendimenti inferiori, costi di estrazione più elevati e spesso richiedono agevolazioni fiscali importanti per essere appetibili agli investitori. Questo riduce sensibilmente il beneficio netto per le casse pubbliche.

Sul fronte occupazionale, inoltre, il settore petrolifero e del gas sta perdendo addetti da anni proprio perché le risorse residue sono meno abbondanti e le attività sono sempre più concentrate su progetti limitati nel tempo. Al contrario, la filiera della decarbonizzazione — dalle rinnovabili alla riqualificazione energetica — sta mostrando una capacità di assorbimento del lavoro più ampia e soprattutto più duratura. La scelta, quindi, non è tra trivelle e disoccupazione. La scelta è tra difendere un’industria in lento esaurimento o accelerare su una filiera destinata a crescere.

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Perché il gas “di casa” non salva nemmeno il clima

Tra le argomentazioni usate dai sostenitori delle nuove estrazioni c’è anche quella ambientale: meglio produrre in patria che importare gas liquefatto da oltreoceano. È vero che il GNL trasportato via nave comporta emissioni aggiuntive per liquefazione, trasporto e rigassificazione. Ma il grosso della CO2 viene emesso quando il gas viene bruciato. E sotto questo aspetto cambia poco che il combustibile arrivi da una piattaforma nazionale o da una nave metaniera.

Il risultato finale è che si continua comunque ad alimentare il riscaldamento globale. La differenza emissiva esiste, ma è troppo limitata per giustificare nuovi investimenti massicci in infrastrutture fossili che rischiano di prolungare la dipendenza ancora per decenni. Il messaggio che arriva da queste settimane è più netto di quanto molti vogliano ammettere.

Ogni nuova crisi internazionale dimostra che il prezzo dell’energia resta ostaggio di un sistema vecchio, centralizzato e costruito attorno a materie prime finite e geopoliticamente sensibili. Per questo, mentre una parte della politica continua a chiedere più trivellazioni, molti governi e operatori stanno accelerando su solare, batterie, accumuli, reti intelligenti e risparmio energetico.

Reuters riferisce che in diversi Paesi europei e asiatici la nuova instabilità petrolifera sta già spingendo investimenti straordinari proprio nelle tecnologie pulite, considerate oggi il vero scudo contro la volatilità dei combustibili fossili. Il punto, allora, è semplice. Ogni pozzo in più può forse rallentare marginalmente una dipendenza. Non può eliminarla. Solo un sistema che consuma meno gas e meno petrolio può sottrarsi davvero ai ricatti dei conflitti, delle rotte marittime e della speculazione internazionale.

Ed è per questo che la guerra con l’Iran sta lasciando una lezione molto più profonda del semplice aumento dei prezzi: la sicurezza energetica del futuro non passa da nuovi combustibili fossili, ma dalla capacità di averne bisogno sempre meno

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