All’Hôtel des États di Aosta il fotografo valdostano porta un progetto intenso dedicato alle Madres de Plaza de Mayo e ai 30mila scomparsi della repressione militare argentina. Un percorso tra immagini, testimonianze e video che trasforma la fotografia in coscienza storica e politica.
La ferita dei desaparecidos argentini e delle loro famiglie non si è mai rimarginata. “Ahora y siempre”, il nuovo progetto di Stefano Scherma inaugurato negli spazi dell’Hôtel des États di Aosta riporta alla luce proprio questo: una delle pagine più oscure del Novecento sudamericano.
Fino al 26 luglio Aosta ospita un lavoro che unisce fotografia documentaria, materiali audiovisivi, testimonianze dirette e riflessione politica, restituendo al pubblico valdostano una mostra che è al tempo stesso racconto storico, denuncia e interrogazione sul presente. Perché ciò che accadde in Argentina tra il 1976 e il 1983 non è di certo un capitolo chiuso nei manuali di storia: è il paradigma di ciò che accade quando uno Stato decide di cancellare il dissenso attraverso il terrore, la clandestinità della repressione e la sparizione dei corpi.
Un titolo che ha il sapore della resistenza
Il titolo scelto da Scherma, “Ahora y siempre” – ora e sempre – non ha nulla di ornamentale. È una formula che richiama immediatamente il lessico della memoria militante latinoamericana, quello che insiste sul dovere di ricordare non come esercizio commemorativo ma come gesto politico continuo.
A questa espressione si affianca idealmente un altro motto che attraversa tutta la cultura civile argentina: “Nunca más”, mai più. Due parole che, messe in dialogo, dicono molto del senso della mostra. Da una parte l’urgenza del presente, dall’altra il rifiuto di consentire che il passato venga relativizzato, dimenticato o archiviato.
La fotografia, in questo contesto, smette di essere pura rappresentazione e diventa uno strumento di permanenza. Le immagini di Scherma non cercano l’effetto estetico fine a se stesso, pur nella loro evidente forza compositiva in bianco e nero; cercano piuttosto di trattenere ciò che il potere aveva provato a far sparire: volti, nomi, gesti, assenze.

Il cinquantesimo anniversario del golpe argentino
La mostra arriva ad Aosta in un anno altamente simbolico. Il 24 marzo 2026 l’Argentina ha infatti ricordato il cinquantesimo anniversario del colpo di Stato con cui i vertici militari deposero il governo costituzionale dando avvio al cosiddetto Proceso de Reorganización Nacional.
Dietro quella formula apparentemente “burocratica” si celò uno dei sistemi repressivi più brutali del continente. Il regime guidato inizialmente da Jorge Rafael Videla mise in atto una strategia di annientamento sistematico degli oppositori politici, dei sindacalisti, degli studenti, degli intellettuali e di chiunque fosse ritenuto sospetto di dissenso. Migliaia di persone furono sequestrate da gruppi paramilitari o da reparti delle forze armate, trasferite in centri di detenzione clandestini, sottoposte a torture, spesso assassinate senza processo e senza alcuna comunicazione ufficiale alle famiglie.
Il termine “desaparecidos” nasce proprio da qui: gli scomparsi. Uomini e donne resi letteralmente invisibili dallo Stato, privati non solo della libertà e della vita, ma anche del diritto a essere riconosciuti come vittime. Si stima che siano stati circa trentamila. Un numero che in Argentina non è soltanto una cifra, ma una presenza morale costante.
Le Madres de Plaza de Mayo: quando la maternità diventa dissidenza
Se la dittatura costruì la propria forza sull’occultamento, la risposta più potente arrivò da chi decise di occupare simbolicamente lo spazio pubblico con la sola ostinazione della domanda.
Dal 1977 un gruppo di madri iniziò a riunirsi ogni settimana nella piazza davanti alla Casa Rosada, sede del governo argentino. Chiedevano una sola cosa: sapere dove fossero finiti i loro figli. Nasceva così il movimento delle Madres de Plaza de Mayo, diventato negli anni il simbolo universale della lotta contro l’impunità.
Camminavano in cerchio, in silenzio o con cartelli, sfidando i divieti di assembramento imposti dai militari. Portavano sul capo un fazzoletto bianco, divenuto emblema di riconoscimento internazionale. Quel gesto apparentemente semplice – continuare a chiedere verità in uno spazio sorvegliato dal potere – trasformò il lutto privato in atto pubblico di denuncia. È proprio da questo universo umano e politico che Stefano Scherma attinge la materia più profonda del suo lavoro.
Le sue fotografie non illustrano soltanto le Madri come figure storiche: ne raccolgono l’eredità, il linguaggio del corpo, i segni del tempo, la perseveranza di una memoria che continua a interpellare la società argentina e il mondo.
Un progetto che nasce da lontano
Per Scherma il tema non rappresenta un interesse episodico. Nato ad Aosta nel 1969, il fotografo ha una formazione in scienze politiche e ha dedicato già il proprio percorso universitario allo studio della tragedia dei desaparecidos.“Ahora y siempre” non è il frutto di un reportage occasionale, ma il punto di arrivo di un’indagine sedimentata nel tempo, nutrita da letture, viaggi, incontri, registrazioni, ascolto delle testimonianze.
La sua produzione artistica, del resto, ha sempre privilegiato il terreno sociale, cercando nei corpi e nelle biografie marginali il luogo in cui si manifestano le tensioni della contemporaneità. Qui questa ricerca trova una delle sue espressioni più compiute perché unisce competenza storica, sensibilità politica e maturità visiva.

Dalla fotografia al racconto immersivo
L’esposizione aostana non si limita infatti a una successione di stampe appese alle pareti. Il visitatore viene accompagnato dentro un ambiente narrativo in cui l’immagine dialoga con parole, filmati, voci, frammenti di interviste.
È una scelta importante: la sparizione forzata è per definizione il regno del vuoto, dell’assenza, del non detto. Per raccontarla non basta mostrare; occorre evocare. Le fotografie in bianco e nero di Scherma lavorano proprio su questa soglia. I volti segnati, le mani, gli sguardi rivolti oltre l’obiettivo, i dettagli dei fazzoletti, le piazze, i muri della memoria argentina diventano superfici dense di silenzio.
Ma quel silenzio è continuamente attraversato dalla parola testimoniale, dalla voce delle donne che hanno continuato per decenni a chiedere giustizia, dagli archivi della repressione, dai luoghi che furono centri di tortura e oggi sono spazi di memoria. Ne deriva un’esperienza quasi immersiva, dove la fotografia non chiede di essere semplicemente guardata ma di essere letta come documento etico.
Da Buenos Aires ad Aosta: un ponte tra periferie del mondo
C’è un elemento che rende questa mostra particolarmente significativa per il contesto valdostano: il fatto che a riportare questa vicenda ad Aosta sia uno sguardo nato qui.
In un tempo in cui le produzioni culturali locali rischiano spesso di rimanere chiuse in una dimensione identitaria o celebrativa, Scherma compie il percorso opposto: parte dalla Valle d’Aosta per confrontarsi con una tragedia globale, e poi riporta quel materiale nella propria città come occasione di crescita collettiva.
Non è un dettaglio secondario che la mostra trovi casa proprio negli spazi dell’Hôtel des États, luogo simbolico della vita pubblica regionale. Inserire lì un progetto dedicato alla dittatura argentina significa fare della piazza principale di Aosta un luogo di interrogazione politica internazionale. La memoria, in altre parole, smette di essere geograficamente lontana.
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La fotografia come contro-potere
Nel Novecento la fotografia ha avuto un ruolo ambiguo: è stata strumento di propaganda, di schedatura, di controllo, ma anche di controinformazione e di resistenza. Nel caso delle dittature sudamericane, l’immagine ha spesso rappresentato l’unica forma di sopravvivenza simbolica dei desaparecidos: fotografie portate in piazza dalle madri, ritratti esibiti durante i cortei, album familiari trasformati in prove dell’esistenza di chi il regime negava.
Stefano Scherma entra nel flusso di questa tradizione. Non fotografa soltanto un soggetto; si colloca dentro una genealogia di immagini che hanno il compito di opporsi alla cancellazione. Ogni suo scatto sembra ribadire una verità essenziale: chi è stato fatto sparire continua a esistere nella relazione tra memoria e sguardo.
Ed è qui che la mostra acquista una portata che va oltre l’Argentina. In un presente internazionale segnato ancora da guerre, repressioni, sparizioni forzate e negazioni dei diritti umani, “Ahora y siempre” parla al visitatore contemporaneo con impressionante attualità.Il rischio delle commemorazioni ufficiali è sempre quello di trasformare la storia in un esercizio rassicurante, confinato nel passato. Questa mostra evita accuratamente quella trappola. Le immagini di Scherma non consolano. Non chiudono la ferita. Anzi, la tengono aperta.
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