Chi era Sebastião Salgado e perché vedere la mostra Ghiacciai al Forte di Bard è un’esperienza da non perdere

Dal Brasile ai ghiacciai del mondo: chi era Sebastião Salgado e perché la sua mostra al Forte di Bard è molto più di un’esposizione fotografica. Arte, ambiente e memoria in un unico percorso.

Le fotografie di Sebastião Salgado non si limitano a mostrare il mondo, lo obbligano a fermarsi. Per questo la mostra Ghiacciai, allestita al Forte di Bard fino al 27 settembre 2026, è un’occasione rara per entrare dentro lo sguardo di uno dei più grandi fotoreporter del Novecento e del nuovo secolo. 54 immagini in bianco e nero di impressionante potenza visiva: ci aiuta a comprendere perché Salgado abbia segnato la storia della fotografia internazionale, perché il suo nome continui a essere centrale nel dibattito sull’immagine contemporanea e perché oggi, nell’epoca della crisi climatica, il suo ultimo grande lavoro sui ghiacciai assuma quasi il valore di un testamento.

Sebastião Salgado, il fotografo che ha trasformato il reportage in coscienza collettiva

Nato ad Aimorés, in Brasile, nel 1944, Salgado non arriva subito alla fotografia. La sua formazione è quella di un economista e statistico: studia, si trasferisce, lavora persino per l’Organizzazione Internazionale del Caffè. È durante una missione in Africa che qualcosa cambia radicalmente. Davanti alle contraddizioni del mondo reale, la macchina fotografica diventa per lui lo strumento più efficace per comprendere e raccontare.

Sebastião Salgado Forte di Bard
Sebastião Salgado – facebook@Sebastião Salgado-fuorionline

Dal 1973 in avanti comincia così una carriera che lo porterà dentro alcuni dei più drammatici scenari del pianeta. Prima la siccità del Sahel, poi le guerre coloniali in Angola e Mozambico, quindi il lavoro industriale, le migrazioni umane, la fame, la povertà, gli esodi, i popoli indigeni, i lavoratori sfruttati. Salgado entra nelle più prestigiose agenzie fotografiche internazionali – Sygma, Gamma, Magnum – fino a fondare con la moglie Lélia Wanick Salgado la propria struttura indipendente, Amazonas Images.

Non è mai stato un semplice cronista dell’attualità. Le sue fotografie hanno sempre avuto una dimensione epica, quasi biblica. I corpi degli operai, i volti dei migranti, le folle nelle miniere d’oro del Brasile, le madri africane, i bambini in cammino: tutto nelle sue immagini parla di umanità, fatica, resistenza e dignità. È questo che lo ha reso uno dei fotografi più riconoscibili e influenti tra XX e XXI secolo.

Il bianco e nero, usato con contrasti profondissimi, non è una scelta estetica casuale: è una sottrazione che elimina il superfluo e costringe l’occhio a vedere la sostanza. Salgado non cercava il colore del mondo, cercava la sua verità.

Dalla sofferenza dell’uomo alla fragilità della Terra

Negli ultimi anni della sua vita il suo sguardo si sposta progressivamente. Dopo avere raccontato per decenni le ferite sociali e politiche dell’umanità, comprende che la questione ambientale è il nuovo grande capitolo del destino umano. Non esiste più una separazione tra crisi dell’uomo e crisi della natura.

Lo ha ricordato con forza Roberto Koch, fondatore di Contrasto e storico collaboratore del fotografo, durante la presentazione della sua ultimo lavoro al Forte di Bard: “Salgado, dopo essersi occupato delle atrocità del mondo, compie una svolta verso una fotografia di contemplazione, con l’urgenza di salvaguardare ciò che resta sul pianeta.”

Una contemplazione vissuta con intensità. Koch ha spiegato come ogni viaggio tra i ghiacciai portasse Salgado lontano per settimane, spesso per mesi: “Questo viaggio tra i ghiacciai lo portava via ogni volta per settimane, talvolta per mesi.</em> Usava un metodo lento, profondo, che porta ad assumersi la responsabilità di ciò che si osserva, oltre che di ciò che si vuole mostrare, perché solo così può arrivare un messaggio più profondo, più vero, più autentico: l’idea della necessità di rispettare il nostro Pianeta e di trasmettere, soprattutto alle generazioni più giovani, una maggiore attenzione verso ciò che ci circonda.” Ed è forse qui il cuore della sua poetica finale: non fotografare la natura come cartolina, ma come testimonianza morale.

Perché i ghiacciai?

La mostra del Forte di Bard raccoglie 54 grandi fotografie realizzate tra il 2005 e il 2011 nei luoghi più remoti e imponenti del pianeta: Penisola Antartica, Patagonia, Canada, Himalaya, Georgia del Sud, Russia e altri territori estremi dove il ghiaccio domina il paesaggio. Un paesaggio così diverso da quello che abbiamo intorno che sembra un altro pianeta, un luogo lontano, che in effetti già non esiste più.

Sebastião Salgado Forte di Bard
Mostra di Sebastião Salgado al Forte di Bard – fuorionline

La scelta del tema non è casuale. I ghiacciai sono una delle immagini più potenti della crisi climatica contemporanea. Apparentemente immobili, eterni, silenziosi, sono in realtà tra gli ecosistemi più vulnerabili. La loro ritirata è oggi uno dei segnali più evidenti del riscaldamento globale. Ma Salgado li fotografa in un momento in cui appaiono ancora maestosi, quasi invincibili. Ed è proprio questo a rendere la mostra ancora più perturbante.

Come ha sottolineato Ornella Badery del Forte di Bard, le fotografie presentano ghiacciai “più belli e rigogliosi”, che probabilmente oggi, se confrontati con lo stato attuale, apparirebbero già profondamente mutati. In altre parole: ciò che vediamo alle pareti non è soltanto bellezza, è già memoria. Ogni immagine diventa così un documento di ciò che il pianeta sta perdendo.

La mostra del Forte di Bard

La forza dell’esposizione sta nell’ impatto visivo. Il percorso è stato curato da Lélia Wanick Salgado, compagna di vita e di lavoro del fotografo, e assume un significato particolare perché è la prima mostra costruita e portata al pubblico dopo la morte dell’artista, avvenuta a Parigi nel maggio 2025.

Roberto Koch lo ha detto con emozione: “E’ la prima volta che una mostra così accuratamente selezionata prende forma senza la sua presenza, ma è anche il modo più vero per celebrarlo.”

Il visitatore del Forte non incontra soltanto le fotografie. Trova anche un video omaggio, un apparato biografico ampio, sezioni di approfondimento e soprattutto un importante contributo scientifico che impedisce all’esposizione di restare confinata nell’ambito artistico. Ghiacciai è una mostra che sa parlare contemporaneamente agli appassionati di fotografia, agli amanti della montagna, agli studiosi dell’ambiente e a chi cerca semplicemente un’esperienza che lascia il segno.

Sebastião Salgado Forte di Bard
Mostra di Sebastião Salgado al Forte di Bard – fuorionline

Arte e scienza: il dialogo con un denominatore comune, la bellezza

Michele Freppaz, che firma gli approfondimenti scientifici disseminati lungo il percorso, ha spiegato il suo punto di vista: non si guarda il ghiacciaio soltanto come oggetto estetico, ma come organismo vivo, archivio climatico, riserva idrica, regolatore naturale.

Ma anche insistito su un concetto preciso: la bellezza non deve essere un elemento secondario nel discorso ambientale. Negli ultimi anni, ha spiegato, si è scelto sempre più di mostrare non solo ciò che si sta perdendo, ma anche ciò che ancora possediamo e che vale la pena proteggere: “L’approccio lento e meticoloso è, in qualche modo, anche quello degli scienziati, che hanno il piacere di comunicare non solo dati e conoscenze, ma anche curiosità e bellezza. Ed è proprio la bellezza un concetto fondamentale. Questo connubio tra arte fotografica e scienza è un percorso che ho avuto il piacere di avviare, grazie al Forte, sei anni fa con la mostra dedicata al Monte Rosa. Mi accorgo che l’impostazione maturata in questi anni, forse anche per il tempo che passa, è sempre più incentrata sulla bellezza: quasi a voler evidenziare quanto di straordinario abbiamo ancora a disposizione, più che soffermarci esclusivamente su ciò che abbiamo perduto.”

I numeri parlano chiaro: sul pianeta esistono ancora circa 200 mila ghiacciai; in Valle d’Aosta se ne contano 184. Un patrimonio immenso, fragile ma ancora presente. Le fotografie di Salgado ci pongono esattamente davanti a questo paradosso: qualcosa di magnifico che potrebbe non essere eterno. È il dialogo tra arte e scienza a rendere la mostra profondamente contemporanea.

Una lezione ambientale che riguarda anche la Valle d’Aosta

Non è un dettaglio che questa esposizione approdi proprio in Valle d’Aosta. Qui il rapporto con i ghiacciai non è teorico né lontano. Fa parte del paesaggio, della memoria alpina, dell’identità turistica e culturale della regione. Chi vive la montagna sa bene quanto il volto delle alte quote stia cambiando. Lingue glaciali arretrate, nevai ridotti, nuove instabilità geologiche, mutamenti idrici: ciò che Salgado fotografa ai confini del mondo dialoga direttamente con ciò che accade sulle Alpi.

Sebastião Salgado Forte di Bard
Inaugurazione Mostra di Sebastião Salgado al Forte di Bard – fuorionline

Per questo Ghiacciai non è una mostra esotica su paesaggi remoti. È una mostra che parla anche del Monte Bianco, del Monte Rosa, del Rutor, del Cervino e di tutto il sistema alpino che negli ultimi decenni ha visto trasformazioni rapidissime. Tra gli elementi meno raccontati ma più significativi c’è il percorso tattile inclusivo realizzato con Dieci Occhi, insieme all’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti della Valle d’Aosta e alla cooperativa C’era l’Acca.

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È una scelta che va nella stessa direzione del pensiero di Salgado: la fotografia non come oggetto elitario da contemplare in silenzio, ma come patrimonio da condividere e rendere accessibile.

Vale la pena vederla perché permette di conoscere da vicino
il lavoro di un autore che ha fatto della fotografia uno strumento etico 
prima ancora che artistico. 
Vale la pena perché quelle immagini sono formalmente bellissime, 
ma non consolatorie. 
Vale la pena perché il bianco e nero di Salgado riesce ancora a generare stupore
in un’epoca assuefatta a milioni di immagini veloci. 
Vale la pena perché ci ricorda che la montagna non è soltanto scenario, 
ma equilibrio delicato. 
E vale la pena, soprattutto, perché in quelle distese di ghiaccio immobili
si avverte con chiarezza una domanda che il fotografo ha lasciato sospesa
fino alla fine della sua vita: quanto di tutto questo sapremo ancora custodire?

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