caos geopolitico mondiale - fuorionline
Il professor Manlio Graziano, in collegamento da Parigi ha spiegato perché viviamo nel caos. “Gli USA hanno perso il controllo, Trump è solo un sintomo”
Un incontro partecipato di oltre 40 persone, quello che si è tenuto ieri sera in streaming, organizzato dal Forum Democratico del Canavese. Un dibattito che riflette le ansie di questi tempi, la confusione, questa sensazione di Caos. E ora? Un mondo a pezzi dopo i nuovi traumi è il titolo dato al dibattito, guidato da Manlio Graziano, in collegamento Zoom da Parigi – esperto di geopolitica Saggista, già professore di Geopolitica e Geopolitica delle religioni alla Paris School of International Affairs di Sciences Po e alla Sorbona – e moderato da Francesco De Giacomi.
Viviamo in un’epoca in cui aprire le notifiche del telefono al mattino può riservare scenari internazionali completamente ribaltati rispetto alla sera precedente. Conflitti che si inaspriscono, alleanze che si sgretolano, leader mondiali che cambiano rotta con tweet improvvisi. La sensazione diffusa è quella di un mondo “fuori controllo”, come se gli eventi precipitassero seguendo una logica incomprensibile ai più. Ma è davvero così? O forse ci manca semplicemente la chiave di lettura giusta per interpretare quello che sta accadendo sotto i nostri occhi?
Per comprendere la complessità del presente occorre andare oltre la semplice cronaca quotidiana. Gli eventi internazionali che dominano i titoli dei giornali – dalle tensioni commerciali alle crisi umanitarie, dai conflitti alle elezioni – non sono episodi isolati ma tasselli di un mosaico più grande. È qui che entra in gioco la geopolitica, una disciplina che studia come la geografia, le risorse, la storia e gli interessi strategici plasmano le relazioni tra Stati e potenze mondiali.
L’analisi geopolitica permette di vedere connessioni nascoste tra fenomeni apparentemente distanti. Quello che può sembrare un semplice accordo commerciale tra due nazioni, ad esempio, potrebbe in realtà rappresentare un tassello in una strategia di contenimento di una potenza rivale. Una dichiarazione diplomatica all’apparenza conciliante può celare un irrigidimento delle posizioni. Insomma, la geopolitica è come una lente d’ingrandimento che rivela le dinamiche profonde dietro la superficie degli eventi.
Dodici mesi che hanno cambiato gli equilibri
A distanza di un anno dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, gli equilibri internazionali hanno subito trasformazioni significative. La vittoria elettorale del novembre 2024 ha segnato l’inizio di una nuova fase per la politica estera americana e, di conseguenza, per l’intero scacchiere mondiale. Ma quali sono stati i cambiamenti concreti di questi dodici mesi? E soprattutto, quali sono le tendenze di fondo che caratterizzeranno i prossimi anni?
Il Professor Manlio Graziano ha illustrato, cercando di semplificare un’argomento complesso per essere meglio compreso da chi non mastica geopolitica tutti i giorni, ma che ha una sensibilità spiccata ai venti che stanno soffiando, i punti fondamentali di una situazione che si rappresenta con una semplice parola: Caos. “Se non si capiscono le cause, è difficile capirne gli effetti” ha esordito. E’ stato difficile trattenere le domande: l’ordine internazionale nato dopo la Seconda Guerra Mondiale sta definitivamente tramontando? Quali nuove potenze stanno emergendo e quali invece stanno perdendo influenza? Come si riconfigurano le alleanze tradizionali? E l’Europa, in tutto questo, che ruolo può ancora giocare?

Il “grande disordine internazionale”
Parlare di “disordine mondiale” non significa semplicemente constatare che le cose vanno male o che i problemi si accumulano. Il concetto è più profondo e riguarda la crisi del sistema di regole e istituzioni che per decenni ha governato le relazioni internazionali. Dopo la fine della Guerra Fredda, il mondo si era abituato a una certa prevedibilità, garantita dall‘egemonia americana e da organismi internazionali come l’ONU, il FMI o la NATO. Oggi questo sistema mostra crepe evidenti. Queste organizzazioni non riescono più a risolvere i problemi mondiali: ora che c’è instabilità, ora che viene meno l’interesse di chi li ha creati questi organismi, gli USA. Non ci sono più regole condivise e rimane solo la speranza di chi crede ancora nel loro valore.
“Perchè siamo nel caos? Attentati e guerre si ripetono in continuazione. Il motivo risiede nel fatto che gli Usa hanno perso la loro capacità di governare. “Yankee go home” celebre espressione usata storicamente per protestare contro la presenza e l’influenza statunitense, in particolare durante la guerra in Vietnam, oggi si sta concretizzando. Il problema è che quando gli statunitensi tornano a casa, la situazione peggiora, perchè nessuno è in grado di tenere le fila.” Ha spiegato Graziano, sottolineando che viviamo in un sistema (giusto o sbagliato che sia) in cui ogni Paese scalpitante pensa ai propri interessi, come un gruppo di persone sempre pronte alla rissa pur di ottenere ciò che vogliono. Sembra paradossale ma gli USA come figura leader, ERA in grado di mantenere l’ordine in questo mondo conflittuale. “La linea rossa che si è varcata è proprio quella che vede la stessa potenza che FACEVA rispettare le regole, venire meno, perchè questa stessa potenza ha iniziato a non rispettarle più.” Aggiunge l’esperto chiarendo che questa linea rossa ormai superata, che ci porta in una nuova era, è segnata dalla distruzione dell’accordo sull’ inviolabilità delle frontiere. “Quando è successo? Quando Donald Trump ha minacciato di voler prendere Canada e Groenlandia”
Allo stesso tempo le potenze emergenti contestano le regole stabilite dalle vecchie potenze occidentali. I conflitti si moltiplicano senza che nessuno sembri in grado di mediarli con autorevolezza. E le grandi questioni globali – dal cambiamento climatico alle pandemie, dalle migrazioni alla sicurezza informatica – richiedono una cooperazione che sembra sempre più difficile da realizzare. Siamo in una fase di transizione. L’Ordine Mondiale, sempre se c’è stato, oggi non esiste più. Siamo quindi nel caos, ma non è ancora quel caos che può scaturire in Occidente una guerra. Almeno per adesso.
Gli Stati Uniti e la questione del controllo globale
Gli Stati Uniti rimangono la principale potenza militare ed economica del pianeta, ma il loro ruolo sta cambiando. L’idea dell’America come “gendarme del mondo”, che interviene ovunque per mantenere l’ordine internazionale, è sempre più contestata sia all’interno che all’esterno dei confini americani.
“Quando ci sono interessi conflittuali, se non c’è qualcuno che impone delle regole si crea il caos. Perché viviamo in un mondo diviso dagli interessi. E ci sono tre modi per imporsi: distruggere i rivali, trovare alleati con cui spartire il fardello del governo del mondo, dare compiti specifici a chi sale sul carro dei vincitori (quindi chi si mette dalla parte del leader). Tutto questo porta alla Stabilità Egemonica” – ha spigato il professore illustrando successivamente tre momenti importanti della storia in cui questa stabilità egemonica si è verificata, ossia:
- Dopo la guerra dei 30 anni tra il 1618 e il 1648
- Dopo le guerre napoleoniche
- Dopo la Seconda guerra mondiale
E perchè non dopo la Prima Guerra Mondiale? Perché gli USA se ne sono tirati fuori. La stabilità egemonica di cui abbiamo goduto fino a qualche anno fa è iniziata nel 1945 con la Germania e il Giappone distrutti dagli USA (vedi i tre modi per imporsi). Ed è anche in questo momento che sorgono, con USA in prima fila, i già citati e famosi organismi internazionali che oggi stanno decisamente scricchiolando.
Gli Stati Uniti stanno perdendo il ruolo di leader per lo sviluppo ineguale: ci sono Paesi che si stanno sviluppando velocemente, altri più lentamente e oggi si trovano di fronte a dilemmi strategici complessi. Da un lato devono gestire la competizione con la Cina, che rappresenta la principale sfida al loro predominio. Dall’altro devono decidere quanto investire nella difesa dei loro alleati tradizionali, in un momento in cui l’opinione pubblica americana è sempre più scettica sugli impegni internazionali. Nel frattempo, potenze come Russia, Iran o Turchia cercano di espandere la loro influenza nei rispettivi “cortili di casa”, approfittando di ogni momento di incertezza americana.
La posizione geografica degli Stati Uniti – protetti da due oceani, ricchi di risorse naturali, senza nemici significativi ai confini – è stata storicamente un vantaggio enorme. Ma nell’era globale, la geografia fisica conta meno di un tempo, e nuove forme di potere – dalla capacità tecnologica all’influenza culturale, dal controllo delle catene produttive alla guerra informatica – stanno ridefinendo cosa significhi essere una “superpotenza”. Gli americano hanno iniziato a perdere potere economico nel 1950, potere che aveva ai massimi livelli essendo stato l’unico paese ad arricchirsi durante la guerra. Questo predominio assoluto comincia a vacillare con la guerra in Vietnam, quando gli altri Paesi cominciano a riprendere fiato e a rimettersi in carreggiata creando nuovi ritmi di crescita e nuovi modelli. E pensare che gli stessi USA hanno investito in Cina inebriati dal libero mercato che oggi si è rivelato il peggiore boomerang.
“Nonostante ciò” ricorda l’esperto “gli USA oggi continuano ad alzare la voce, si sentono ancora i più forti e minacciano. Per di più se a capo di una potenza leader (in disuso) c’è anche una persona che non sa quello che sta facendo – Donald Trump – il caos è assicurato. Donald Trump non è la causa, ma il sintomo del caos, ed è pericoloso.” Commenta il professore.
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L’Europa tra crisi di identità e ricerca di autonomia
Per noi europei, capire le dinamiche geopolitiche globali è particolarmente urgente perché l’Europa si trova in una fase di profonda ridefinizione. L’Unione Europea ha raggiunto risultati straordinari – dalla moneta unica al mercato comune, dalla libera circolazione alla pace tra ex nemici storici – ma oggi appare fragile di fronte alle sfide del presente. La Brexit ha dimostrato che l’integrazione non è un processo irreversibile. Le divisioni tra paesi membri su temi cruciali – dalla politica migratoria alla politica energetica, dalla difesa comune alla fiscalità – sembrano incolmabili.
L’Europa fatica a parlare con una voce unica sullo scenario internazionale. Ogni grande crisi – dalla guerra in Ucraina alla questione mediorientale, dalle tensioni con la Cina alla gestione dei rapporti con l’Africa – evidenzia le divisioni interne e la difficoltà di definire interessi comuni. Eppure, l’alternativa a una maggiore integrazione europea sembra essere la marginalizzazione: singolarmente, nessuno Stato europeo ha il peso per influenzare veramente le dinamiche globali.
