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A Belém si decide il futuro della lotta al riscaldamento globale: ecco perché questa edizione è diversa dalle altre
Ogni novembre, il mondo rivolge la sua attenzione verso un evento che, sulla carta, dovrebbe salvare il pianeta dal collasso climatico. Dovrebbe. Purtroppo la realtà ad oggi, fa pensare che sia più una facciata, un modo per dimostrare che “qualcosa si sta facendo”. Quest’anno l’appuntamento è particolarmente simbolico: la trentesima Conferenza delle Parti sul clima – meglio nota come COP30 – si tiene a Belém, una città brasiliana circondata dalla foresta amazzonica, dal 10 al 21 novembre 2025. Ma cosa accade realmente durante queste due settimane di negoziati? E soprattutto, perché questa edizione potrebbe essere un punto di svolta nella storia della salvaguardia ambientale?
La sigla COP sta per “Conference of the Parties“, ovvero la conferenza dei paesi che nel 1992 firmarono la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Quel trattato storico, siglato proprio in Brasile durante il celebre Summit della Terra di Rio, sancì un principio rivoluzionario: il cambiamento climatico è un problema globale che richiede una soluzione globale. Non solo. Il documento introdusse anche il concetto di “responsabilità comuni ma differenziate”, un’espressione diplomatica che nasconde una verità scomoda: i paesi ricchi, avendo inquinato di più per decenni, hanno una responsabilità maggiore nel trovare soluzioni e nel finanziare la transizione ecologica delle nazioni più povere.
Da allora, ogni anno i rappresentanti dei governi mondiali si incontrano per discutere azioni concrete contro il riscaldamento globale. Il paese che ospita il summit assume la presidenza di turno e lavora dodici mesi per costruire un’agenda condivisa, cercando di trasformare promesse in impegni vincolanti. Non è un compito facile: questi vertici sono diventati veri e propri crocevia della geopolitica mondiale, dove si intrecciano interessi economici, strategie politiche e urgenze ambientali.
La foresta al centro
Quest’anno, però, c’è qualcosa di diverso nell’aria (e non solo l’umidità dell’Amazzonia). La COP30 rappresenta un ritorno alle origini: 33 anni dopo il Summit di Rio, il Brasile riporta la conversazione sul clima nel luogo dove tutto ebbe inizio. La scelta di Belém non è casuale. Situata alla foce del Rio delle Amazzoni, questa città è la porta d’ingresso della foresta pluviale più grande del mondo, un ecosistema che continua a essere devastato dal disboscamento, dall’estrazione mineraria, dall’agricoltura intensiva e dall’industria dei combustibili fossili. Il messaggio del governo brasiliano è chiaro: se vogliamo salvare il pianeta, dobbiamo proteggere le sue foreste.

Ma c’è di più. Il Brasile ha voluto dare voce a chi solitamente rimane ai margini di questi grandi appuntamenti internazionali: i popoli indigeni, custodi ancestrali delle foreste, hanno partecipato ai colloqui portando la loro prospettiva e le loro conoscenze. È un riconoscimento simbolico ma importante del fatto che la crisi climatica colpisce in modo sproporzionato le comunità più vulnerabili, quelle che hanno contribuito meno al problema ma che ne pagano le conseguenze più drammatiche.
L’approccio brasiliano alla COP30 è pragmatico e, in un certo senso, disilluso. Invece di spingere per nuove promesse – che spesso rimangono sulla carta – il paese ospitante ha chiesto ai partecipanti di concentrarsi sul mantenimento degli impegni già presi. Ricordate la COP28, quando i paesi si impegnarono a eliminare gradualmente i combustibili fossili? Ecco, prima di fare nuove dichiarazioni d’intenti, sarebbe il caso di rispettare quelle vecchie. È un cambio di paradigma significativo: meno retorica, più concretezza.
E poi c’è l’elefante nella stanza che nessuno può più ignorare. Per la prima volta in una COP, si ammette ufficialmente che l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius rispetto all’era preindustriale – il famoso limite fissato dall’Accordo di Parigi – è ormai irraggiungibile. Non è una resa, ma un’ammissione di realtà che cambia radicalmente il focus delle negoziazioni: se non possiamo più prevenire completamente il danno, dobbiamo concentrarci su come limitarlo il più possibile e su come aiutare le popolazioni a adattarsi ai cambiamenti già in corso.
L’ assente ingombrante
Ma chi decide davvero cosa succede durante una COP? La risposta è complessa. Formalmente, tutti i paesi hanno voce in capitolo, ma alcuni blocchi hanno più influenza di altri. L’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari (AOSIS), per esempio, porta avanti una battaglia esistenziale: per nazioni come le Maldive o Tuvalu, l’innalzamento del livello dei mari non è un problema astratto ma una minaccia concreta alla loro sopravvivenza. Il gruppo G77+Cina rappresenta gli interessi dei paesi in via di sviluppo, mentre l’Africa Group e il blocco BASIC (Brasile, Sudafrica, India e Cina) hanno un peso considerevole nei negoziati.
Quest’anno, tuttavia, manca un attore tradizionalmente determinante: gli Stati Uniti. Dopo l’annuncio di gennaio del ritiro dall’Accordo di Parigi, Washington ha abbandonato il suo ruolo di leadership climatica, creando un vuoto che altri paesi – in particolare Cina e Brasile – stanno cercando di colmare. È un riassetto geopolitico che avrà conseguenze ben oltre la questione climatica.
Ma cosa succede concretamente durante queste due settimane? Il campus della COP è un microcosmo frenetico: da un lato ci sono gli attivisti che manifestano, cercando di tenere alta l’attenzione mediatica; dall’altro, le lobby aziendali che cercano di influenzare le politiche e stringere accordi commerciali. Quest’anno, l’organizzazione è stata diversa dal solito: gli eventi collaterali tradizionali sono stati eliminati, mentre gli incontri dei finanziatori si sono tenuti a San Paolo e quelli dei leader locali a Rio de Janeiro, prima dell’inizio ufficiale del summit. L’idea era generare slancio e consenso prima dei negoziati veri e propri.
Come si svolge la Cop
La struttura è sempre simile: nella prima settimana, i negoziatori tecnici dei vari paesi si confrontano, definiscono le priorità e testano le rispettive posizioni. È la fase in cui emergono i temi caldi, vengono annunciati piani d’azione e impegni di finanziamento per progetti climatici. Nella seconda settimana arrivano i ministri e i capi di stato per le decisioni finali, quelle che richiederono compromessi politici sui dettagli legali e tecnici più spinosi.
Sembra semplice sulla carta, ma nella realtà le COP sono teatri di scontri diplomatici intensi. Ogni paese difende i propri interessi nazionali, traccia “linee rosse” invalicabili, e non è raro che i negoziati si arenino in discussioni aspre. Gli ultimi giorni sono quasi sempre caratterizzati da sessioni notturne estenuanti, con delegazioni che cercano disperatamente un compromesso accettabile per tutti.
E qui sta un dettaglio fondamentale: le decisioni finali devono essere approvate per consenso, non per maggioranza. Significa che basta un solo paese per bloccare un accordo. È un sistema che garantisce inclusività ma che spesso produce testi annacquati, pieni di compromessi che accontentano tutti senza soddisfare nessuno. Non sorprende che la cerimonia di chiusura – quel momento simbolico in cui il martelletto del presidente sancisce la fine dei lavori – sia regolarmente posticipata di ore, a volte di giorni.
La domanda che molti si pongono è: servono davvero queste conferenze? I critici le vedono come circhi mediatici che producono poche azioni concrete, occasioni per i potenti del mondo di farsi fotografare mentre stringono mani e firmano documenti che poi non vengono rispettati. I sostenitori, invece, sottolineano che senza questo appuntamento annuale non ci sarebbe nessuna pressione internazionale sui governi, nessun momento in cui il mondo si ferma a fare i conti con la crisi climatica.
La verità, probabilmente, sta nel mezzo. Le COP non salveranno il pianeta da sole, ma rappresentano un meccanismo imperfetto ma necessario per mantenere viva la conversazione globale sul clima. In un mondo sempre più frammentato e polarizzato, avere uno spazio dove tutti i paesi – dalle superpotenze alle piccole isole – possono sedersi allo stesso tavolo ha un valore che va oltre i risultati immediati.

Un valore simbolico
La COP30 di Belém arriva in un momento particolarmente delicato. I segnali del cambiamento climatico sono sempre più evidenti: dalla siccità devastante sulle coste cilene che sta mettendo in ginocchio l’agricoltura, alle temperature record registrate in tutto il mondo, fino agli eventi meteorologici estremi che si moltiplicano. Allo stesso tempo, la volontà politica sembra vacillare in molti paesi, con governi che preferiscono concentrarsi su crisi immediate piuttosto che su quella climatica di lungo periodo.
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Forse è proprio per questo che la scelta di tornare in Brasile, nel cuore dell’Amazzonia, ha un valore simbolico così potente. È un promemoria visivo del fatto che non stiamo negoziando su grafici astratti o proiezioni future, ma sul destino concreto di ecosistemi vitali, di comunità reali, di un pianeta che è l’unica casa che abbiamo.
Che la COP30 riesca o meno a produrre accordi vincolanti e ambiziosi, una cosa è certa: il tempo delle dichiarazioni d’intenti sta finendo. Come ha sottolineato il Brasile, è arrivato il momento di mantenere le promesse già fatte. Perché a Belém, circondata dalla foresta che brucia e dal fiume che si prosciuga, l’urgenza della crisi climatica non è una teoria ma una realtà tangibile. E le parole, da sole, non bastano più.
