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Ricercatori americani creano cellule nervose sintetiche che consumano quanto una lampadina LED: la chiave è un microbo che produce elettricità
Un gruppo di ricercatori dell’Università del Massachusetts hanno dimostrato che un batterio è capace di generare corrente elettrica. La scoperta, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Communications, rappresenta un salto in avanti nella ricerca di tecnologie informatiche sostenibili. Al centro di tutto c’è un neurone artificiale che imita il comportamento delle cellule nervose umane, ma con un consumo energetico drasticamente ridotto. E la fonte di questa efficienza è sorprendente: minuscoli filamenti proteici prodotti da un microorganismo che vive nel fango.
Il problema energetico dell’intelligenza artificiale
Per comprendere la portata di questa innovazione, dobbiamo fare un passo indietro e guardare al paradosso dell’intelligenza artificiale moderna. Mentre il nostro cervello riesce a elaborare informazioni complesse con appena 20 watt – l’equivalente di una lampadina a risparmio energetico – i sistemi di intelligenza artificiale più avanzati divorano quantità spropositate di energia.
Prendiamo ChatGPT, il chatbot che ha rivoluzionato il modo in cui interagiamo con le macchine. Per generare risposte che appaiono intelligenti e naturali, i suoi modelli linguistici richiedono oltre un megawatt di potenza. In altre parole, per fare ciò che il nostro cervello compie consumando quanto un piccolo elettrodomestico, serve l’energia sufficiente per alimentare circa mille abitazioni.
Questa disparità non è solo una curiosità tecnica: rappresenta una sfida esistenziale per il futuro dell’informatica. Con la diffusione sempre più capillare dell’intelligenza artificiale in ogni ambito della nostra vita quotidiana, il fabbisogno energetico delle tecnologie digitali sta diventando insostenibile dal punto di vista ambientale ed economico. La straordinaria efficienza del cervello umano risiede nel modo in cui le cellule nervose comunicano tra loro. I neuroni trasmettono segnali elettrici utilizzando differenze di potenziale minime, nell’ordine di un decimo di volt. È come sussurrare invece di urlare: il messaggio arriva comunque a destinazione, ma senza sprecare energia preziosa.
Il nostro sistema nervoso contiene circa cento miliardi di questi neuroni, ognuno collegato a migliaia di altri attraverso connessioni chiamate sinapsi. Quando pensiamo, ricordiamo, percepiamo o agiamo, miliardi di questi segnali a bassa tensione viaggiano attraverso il nostro corpo, coordinandosi in una danza elettrochimica di straordinaria complessità.
I circuiti elettronici tradizionali, al contrario, operano con voltaggio molto più elevato. È come se parlassero una lingua diversa, incompatibile con quella della biologia. E qui nasce il problema: per creare macchine che possano interfacciarsi con i sistemi viventi o che imitino la loro efficienza, serve un modo per colmare questo divario.

L’ingrediente segreto nascosto nel fango
La soluzione arriva da un luogo inaspettato: gli ambienti acquatici privi di ossigeno dove prospera il Geobacter sulfurreducens. Questo batterio possiede una caratteristica straordinaria: per sopravvivere in assenza di ossigeno, ha sviluppato la capacità di “respirare” minerali, trasferendo elettroni verso l’esterno della cellula attraverso filamenti proteici microscopici, i cosiddetti nanofili.
Questi nanofili sono strutture affascinanti: sottili come pochi miliardesimi di metro, agiscono come minuscoli cavi elettrici biologici. Il professor Jun Yao e il suo team hanno intuito che queste strutture potessero essere la chiave per costruire componenti elettronici biocompatibili ed efficienti.
L’idea è tanto elegante quanto rivoluzionaria: invece di cercare di miniaturizzare e ottimizzare i circuiti tradizionali basati sul silicio, perché non sfruttare ciò che l’evoluzione ha già perfezionato in milioni di anni? I nanofili proteici del Geobacter rappresentano esattamente questo: una soluzione biologica a un problema tecnologico. Utilizzando questi nanofili come componente fondamentale, Shuai Fu e il suo team sono riusciti a costruire un neurone artificiale che funziona con soli 0,1 volt, esattamente come i neuroni naturali. Questo risultato è tutt’altro che scontato: i precedenti tentativi di creare neuroni sintetici richiedevano tensioni dieci volte superiori e consumavano cento volte più energia.
La differenza può sembrare tecnica, ma le implicazioni sono enormi. Un neurone artificiale a basso voltaggio può “dialogare” direttamente con i tessuti biologici, senza bisogno di amplificatori o convertitori che consumano energia aggiuntiva. È come avere un traduttore istantaneo che permette a macchine e organismi viventi di comunicare nella stessa lingua.
Pensate alle applicazioni mediche: sensori impiantabili che monitorano costantemente lo stato di salute senza necessitare di batterie ingombranti; protesi neurali che si integrano perfettamente con il sistema nervoso; interfacce cervello-computer che permettono a persone paralizzate di controllare dispositivi con il pensiero, senza il rischio di danneggiare i tessuti circostanti con correnti troppo intense.
Dal laboratorio al polso: l’elettronica indossabile del futuro
Ma le prospettive si estendono ben oltre la medicina. Il professor Yao sottolinea come l’attuale generazione di dispositivi indossabili – smartwatch, fitness tracker, sensori biometrici – soffra di un problema fondamentale di efficienza. Quando questi apparecchi rilevano un segnale dal nostro corpo, devono amplificarlo elettricamente affinché il microprocessore interno possa interpretarlo.
Questo passaggio intermedio non solo consuma energia preziosa, accorciando la durata della batteria, ma rende i dispositivi più complessi e costosi. Con neuroni artificiali a basso voltaggio, questo step diventa superfluo: il segnale può essere letto e processato direttamente, senza amplificazione.
Immaginate uno smartwatch che si ricarica semplicemente con il sudore della pelle, un’altra tecnologia su cui lo stesso team di ricerca sta lavorando. O sensori medici così efficienti da poter funzionare per mesi con batterie minuscole, eliminando la necessità di interventi chirurgici frequenti per sostituirle.
Computer biologici: una visione futuristica ma sempre più concreta
L’ambizione ultima di questa linea di ricerca è ancora più audace: ripensare l’architettura stessa dei computer secondo principi bioispirati. Invece di circuiti al silicio che consumano kilowatt, potremmo avere sistemi informatici che operano con l’efficienza metabolica di un organismo vivente.
Non si tratta semplicemente di rendere i computer più “verdi” dal punto di vista ambientale, sebbene questo sia già un obiettivo lodevole. Si tratta di sbloccare nuove capacità computazionali. Il cervello, con i suoi venti watt di consumo, è capace di intuizioni creative, riconoscimento di pattern complessi e apprendimento continuo in modi che i supercomputer più potenti ancora faticano a replicare.
Computer costruiti su principi neuromorfi – che imitano cioè la struttura e il funzionamento del cervello – potrebbero colmare questo divario, combinando l’efficienza della biologia con la precisione dell’elettronica. Il team dell’Università del Massachusetts però non si è fermato ai neuroni artificiali. Sfruttando le proprietà conduttive dei nanofili proteici, hanno sviluppato una serie di dispositivi che sfidano le convenzioni dell’elettronica tradizionale. Tra questi, particolarmente affascinante è un generatore capace di estrarre elettricità dall’umidità presente nell’aria.
Può sembrare magia, ma il principio è solidamente radicato nella fisica. I nanofili, grazie alle loro proprietà uniche, possono catturare l’energia delle molecole d’acqua presenti nell’atmosfera e convertirla in corrente elettrica continua. È una forma di raccolta energetica – energy harvesting, nel gergo tecnico – completamente nuova e potenzialmente rivoluzionaria.
Hanno anche creato un “naso elettronico” basato sulla stessa tecnologia, capace di rilevare composti chimici associati a specifiche malattie. L’estrema sensibilità dei nanofili proteici li rende ideali per applicazioni di biosensing, aprendo prospettive nella diagnostica precoce.

Le sfide che restano
Naturalmente, la strada dalla prova di concetto in laboratorio alla produzione di massa è ancora lunga e costellata di ostacoli. I nanofili proteici devono essere coltivati in batteri, un processo che richiede tempo e controllo preciso delle condizioni di crescita. Scalare questa produzione a livello industriale rappresenterà una sfida ingegneristica significativa.
Inoltre, l’integrazione di componenti biologici in dispositivi elettronici pone interrogativi sulla stabilità a lungo termine. Le proteine sono molecole delicate, sensibili a temperatura, pH e altri fattori ambientali. Garantire che mantengano le loro proprietà per anni, come ci aspettiamo dai circuiti al silicio, richiederà ulteriori innovazioni.
C’è anche la questione della standardizzazione. L’industria elettronica si basa su processi produttivi altamente controllati e ripetibili. Introdurre elementi biologici variabili in questa equazione complicherà inevitabilmente le cose.
Un nuovo paradigma tecnologico
Nonostante queste sfide, la ricerca rappresenta un cambio di paradigma nel modo in cui concepiamo l’elettronica. Per decenni, il progresso tecnologico si è basato sulla miniaturizzazione: transistor sempre più piccoli, circuiti sempre più densi, secondo la celebre Legge di Moore. Ma questo approccio sta raggiungendo i suoi limiti fisici.
La bioelettronica offre una via alternativa: invece di forzare il silicio oltre i suoi confini naturali, possiamo attingere al repertorio di soluzioni che la natura ha sviluppato in miliardi di anni di evoluzione. I nanofili proteici sono solo l’inizio. Altri biomateriali – dalle membrane cellulari ai canali ionici, dalle proteine fotosintetiche alle strutture di nanocristalli prodotte da organismi marini – potrebbero ispirare la prossima generazione di tecnologie.
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Mentre l’intelligenza artificiale continua a espandersi in ogni ambito della società, rendendo questa tecnologia sostenibile diventa imperativo. I neuroni artificiali bioispirati non sono la soluzione completa, ma indicano una direzione promettente: un futuro in cui tecnologia e biologia non sono in conflitto, ma collaborano sinergicamente. La prossima volta che il vostro smartphone vi ricorderà di ricaricarlo, pensate a questo: forse un giorno, dispositivi altrettanto potenti si alimenteranno semplicemente con il calore del vostro corpo o l’umidità dell’aria che respirate. E tutto grazie a un batterio che vive nel fango. Non è inquietante?
