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Decine di barche e centinaia di attivisti da 44 Paesi tentano di aprire un corridoio umanitario nel Mediterraneo. Israele avverte: “Saranno trattati come terroristi”
Tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre 2025, una flotta di circa 23 imbarcazioni civili ha preso il largo dal Mediterraneo occidentale con una destinazione chiara e al tempo stesso quasi irraggiungibile: le coste della Striscia di Gaza. La Global Sumud Flotilla – dal termine arabo sumud, che significa “resilienza” – rappresenta la più vasta iniziativa indipendente mai tentata per rompere l’assedio navale imposto da Israele a Gaza e consegnare aiuti umanitari a una popolazione stremata da quasi due anni di guerra.
La partenza principale si è tenuta da Barcellona il 31 agosto, con delegazioni di attivisti, avvocati, medici, giornalisti e parlamentari. Altre barche sono salpate da Tunisi il 4 settembre, da Genova e dalla Sicilia partiranno in questi giorni, per arrivare ad un totale di circa 37 imbarcazioni. L’obiettivo è riunirsi nel Mediterraneo orientale e puntare verso Gaza con un convoglio compatto, portando a bordo tonnellate di beni di prima necessità: cibo, acqua potabile, medicinali e materiali per i rifugiati.
La presenza italiana è particolarmente significativa. Metà della flotta parte dall’Italia, con un impegno diretto di associazioni come Music for Peace e Emergency, che ha messo a disposizione la nave “Life Support” in funzione di supporto medico e logistico.
“Quello che accade nella Striscia di Gaza da quasi due anni è inaccettabile. Il nostro staff, che lavora nella Striscia in due centri sanitari nel governatorato di Khan Younis, racconta una situazione gravissima, mai vista prima – fa sapere Emergency -. Mentre l’esercito israeliano bombarda senza sosta la popolazione civile, già provata da continui ordini di evacuazione, da cinque mesi sono bloccati gli aiuti necessari ad assicurare una minima assistenza alla popolazione. Oltre a subire continui bombardamenti ed evacuazioni, almeno 500.000 persone vivono in condizione di insicurezza alimentare catastrofica. Le Nazioni Unite hanno già dichiarato lo stato di carestia nel governatorato di Gaza e il rischio che si espanda nei territori vicini. Mentre i nostri governi non sono stati in grado di adottare nessun provvedimento per fermare una situazione che degenera di giorno in giorno, i cittadini non si rassegnano a stare a guardare.”
A bordo delle barche italiane viaggiano anche rappresentanti istituzionali: l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Benedetta Scuderi, l’europarlamentare del Partito Democratico Annalisa Corrado, il deputato dem Arturo Scotto e il senatore del Movimento 5 Stelle Marco Croatti.
L’iniziativa non si limita a un atto umanitario: ha un chiaro valore politico. La Flotilla intende sfidare l’assedio israeliano, portando sotto gli occhi dell’opinione pubblica internazionale il tema del blocco navale e del genocidio in corso a Gaza. Da mesi le agenzie delle Nazioni Unite denunciano condizioni di insicurezza alimentare catastrofica per almeno mezzo milione di persone, con un rischio concreto di carestia. L’idea alla base della missione è semplice ma radicale: se i governi non agiscono, saranno i cittadini ad assumersi la responsabilità di portare aiuti.
Israele, però, ha già annunciato una risposta dura. Il ministro della Difesa Itamar Ben Gvir ha dichiarato che gli attivisti della Flotilla saranno “arrestati e trattati come terroristi”. Una posizione che riflette non solo la linea intransigente di Tel Aviv, ma anche la tensione crescente nei rapporti con alcuni Paesi europei che negli ultimi mesi hanno riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina.
Il governo italiano, per ora, mantiene una posizione ambigua. Il vicepremier Antonio Tajani ha assicurato che verrà garantita “assistenza diplomatica e consolare” ai cittadini italiani a bordo, pur esprimendo dubbi sull’efficacia dell’operazione. L’ex premier Giuseppe Conte e la segretaria del Pd Elly Schlein, al contrario, hanno ribadito pieno sostegno politico e richiesto una protezione diplomatica esplicita, seguendo l’esempio della Spagna. “Invitiamo il governo, la Meloni, a fare delle cose anche semplici per questo progetto umanitario” come “la Spagna che ha deciso di dare sostegno diplomatico a tutti i cittadini spagnoli sulle imbarcazioni. Noi chiediamo al governo italiano di dare protezione diplomatica ai nostri concittadini.” Le parole del leader pentastellato.
Il precedente delle Freedom Flotilla e le incognite sul futuro della missione
Quella della Global Sumud Flotilla non è un’iniziativa isolata. Dal 2010 ad oggi, diverse missioni conosciute come Freedom Flotilla hanno cercato di forzare il blocco navale israeliano. Il caso più noto resta quello della Mavi Marmara, una nave turca abbordata dalla marina israeliana in acque internazionali. Nove attivisti furono uccisi durante l’operazione, provocando un incidente diplomatico senza precedenti tra Israele e Turchia. Una commissione delle Nazioni Unite definì l’assalto “sproporzionato e brutale”, sottolineando la violazione del diritto internazionale.

Dopo il 2010, altri convogli hanno provato a raggiungere Gaza, tutti fermati dalla marina israeliana. Negli ultimi mesi, tre tentativi hanno riportato il tema al centro del dibattito. A maggio 2025, la barca Conscience, partita dalla Tunisia, fu colpita da due esplosioni attribuite a un drone israeliano. A giugno, la Madleen con a bordo l’attivista Greta Thunberg venne intercettata e dirottata in Israele. A luglio, la nave Handala, partita da Siracusa, subì la stessa sorte.
La Global Sumud Flotilla rappresenta dunque un salto di scala: non più singole barche isolate, ma una vera e propria flotta coordinata, equipaggiata con sistemi di comunicazione satellitare come Starlink per trasmettere in diretta immagini e testimonianze. La scelta di documentare ogni fase del viaggio è strategica: in un mondo iperconnesso, l’opinione pubblica diventa lo scudo principale contro la repressione militare.
Dal punto di vista del diritto internazionale, la questione resta controversa. Un blocco navale può essere legittimo in caso di conflitto, ma non se comporta conseguenze sproporzionate per la popolazione civile. Le ONG e i giuristi che sostengono la Flotilla sostengono che l’assedio di Gaza costituisca una forma di punizione collettiva, vietata dalle convenzioni internazionali. Se Israele decidesse di intervenire in acque internazionali, si aprirebbe inoltre un nuovo caso legale, simile a quello del 2010.
Il rischio di escalation non si limita al mare. In Italia, sindacati come USB hanno minacciato scioperi generali nel caso in cui la Flotilla venisse attaccata. I portuali di Genova e Venezia hanno già annunciato non solo blocchi contro le navi cariche di armamenti destinati a Israele ma di bloccare l’Europa intera nel suo cuore pulsante, il commercio. La questione, dunque, non è soltanto umanitaria o mediorientale, ma tocca anche la politica interna e i rapporti tra cittadini, istituzioni e governo.
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La riuscita della missione appare, in termini pratici, quasi impossibile: difficilmente Israele permetterà alle imbarcazioni di attraccare a Gaza. Ma per gli organizzatori, il valore simbolico è più importante di quello operativo. La Flotilla è un modo per denunciare l’immobilismo internazionale e per mantenere alta l’attenzione su una nuova pagina nera della storia dell’ umanità.
Come ha dichiarato Greta Thunberg prima di imbarcarsi: “Non stiamo solo portando aiuti, stiamo chiedendo giustizia. I nostri governi non rispettano il diritto internazionale di fronte a un genocidio trasmesso in diretta streaming. Agire è il minimo che possiamo fare”. Il viaggio della Global Sumud Flotilla si trasforma così in una prova di forza tra società civile globale e il potere di chi governa. Una sfida che, indipendentemente dall’esito, avrà conseguenze politiche significative e lascerà un segno nel dibattito internazionale.
