Iran e petrolio: la TV italiana continua a raccontare la crisi energetica senza credere davvero alle rinnovabili

Il nuovo rapporto dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia analizza il racconto televisivo della crisi iraniana del 2026. Tra bonus, gasdotti e nucleare, le energie rinnovabili restano quasi invisibili nel dibattito pubblico.

E’ una formula già scritta: il Medio Oriente per gli Occidentali è sinonimo di “petrolio” che porta “energia” che finisce con l’ennesimo zampino degli USA, in “crisi energetica“. E immancabilmente in Italia il dibattito pubblico si muove quasi sempre lungo coordinate ormai familiari: benzina che aumenta, bollette che preoccupano, governi chiamati a intervenire con bonus e tagli fiscali, esperti che discutono di gasdotti, stoccaggi e approvvigionamenti. È successo ancora una volta dopo gli attacchi del 28 febbraio 2026 contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, che hanno riacceso il timore per l’appunto, di una nuova crisi energetica globale.

Ma il modo in cui televisioni e talk show italiani hanno raccontato questa fase di tensione dice molto anche del rapporto che il Paese continua ad avere con il proprio modello energetico. A sostenerlo è il nuovo rapporto dell’Osservatorio di Pavia realizzato per Greenpeace Italia, che ha analizzato telegiornali e programmi di approfondimento andati in onda tra il 1° e il 21 marzo 2026.

Il documento, dal titolo “Crisi energetica e conflitto in Iran: narrazioni mediatiche e soluzioni energetiche tra fossili e rinnovabili”, non si limita a misurare il tempo dedicato ai vari temi energetici. Prova piuttosto a capire quali idee di sicurezza energetica abbiano dominato il racconto televisivo italiano e quali, invece, siano rimaste ai margini.

La conclusione è piuttosto netta: il sistema mediatico italiano continua a ragionare soprattutto dentro una logica fossile, dove petrolio e gas vengono percepiti come strumenti concreti e immediatamente disponibili, mentre le energie rinnovabili restano sullo sfondo, spesso trattate come obiettivi teorici o ideologici.

Una crisi raccontata come emergenza economica

Per comprendere il peso di questa analisi bisogna partire dai numeri. I ricercatori hanno esaminato 147 edizioni di telegiornali nazionali e 59 puntate di programmi di approfondimento televisivo, isolando oltre 1.700 segmenti di testo legati a temi energetici, economici e geopolitici.

Il dato più significativo riguarda le soluzioni maggiormente raccontate dai media italiani durante le settimane successive all’inizio del conflitto. Il 42% delle narrative televisive si concentra sugli interventi fiscali, quindi tagli alle accise, crediti d’imposta e bonus. Un altro 26% riguarda la lotta  alla speculazione e agli extraprofitti, mentre il 14% parla di utilizzo delle riserve strategiche di petrolio e gas. Le energie rinnovabili occupano appena l’1% dello spazio nei telegiornali.

È un dato che racconta molto bene la direzione del dibattito pubblico italiano. La crisi iraniana viene affrontata soprattutto come un’emergenza economica da tamponare nel breve periodo. La questione centrale diventa evitare l’aumento dei prezzi e proteggere il potere d’acquisto delle famiglie, più che interrogarsi sulle cause strutturali della dipendenza energetica europea.

Nel racconto televisivo, spiegano gli autori, lo Stato assume soprattutto il ruolo di “ammortizzatore sociale”: riduce le accise, distribuisce bonus, prova a calmierare le bollette. Si interviene sugli effetti della crisi, raramente sulle sue radici.

Il dominio del “realismo fossile”

Il concetto più interessante elaborato nel rapporto è quello di “realismo fossile”, ossia una visione molto presente nei talk show italiani. Quale? L’idea che petrolio e gas siano ancora gli unici strumenti realmente affidabili per garantire sicurezza energetica.

Le fonti rinnovabili, al contrario, vengono spesso presentate come troppo lente, insufficienti o inadatte a gestire crisi immediate. La transizione ecologica appare nel discorso pubblico come qualcosa di auspicabile, ma non abbastanza concreta da affrontare un’emergenza geopolitica.

Alcune dichiarazioni riportate nel rapporto rendono bene questo clima. Il direttore di Libero Mario Sechi definisce gas, petrolio e carbone “la santa trinità degli idrocarburi”, mentre il direttore di Milano Finanza Roberto Sommella afferma che “il pieno della benzina si fa col petrolio”.

Frasi che riflettono un approccio pragmatico, quasi fatalista: il sistema economico globale continua a funzionare grazie agli idrocarburi, quindi ogni ragionamento sulla sicurezza energetica parte inevitabilmente da lì.

Il problema, secondo Greenpeace e Osservatorio di Pavia, è che questa impostazione finisce per rafforzare culturalmente l’idea che il fossile sia inevitabile, anche nel momento in cui le crisi internazionali dimostrano quanto questa dipendenza renda vulnerabili economie e governi.

Cambiano i fornitori, non il sistema

Un altro aspetto molto interessante del rapporto riguarda la cosiddetta “diversificazione energetica”. Nei talk show e nei telegiornali italiani viene raccontata come la principale strategia per affrontare la crisi: meno dipendenza dal Medio Oriente, più accordi con Algeria, Azerbaigian, Norvegia o Stati Uniti.

Il tema ricorre continuamente. Si parla di gasdotti, rigassificatori, nuove rotte commerciali, capacità di stoccaggio. Il problema, però, è che questa diversificazione non mette mai realmente in discussione il modello energetico basato sugli idrocarburi.

In sostanza, osservano gli autori, l’Italia cambia i propri fornitori senza ridurre davvero la propria esposizione geopolitica. È una sostituzione di dipendenze più che un percorso verso l’autonomia energetica.

Il rapporto usa una formula molto efficace: il Paese “cambia i propri padroni energetici” senza sciogliere il nodo della vulnerabilità strutturale.

Ed è probabilmente qui che il documento diventa più politico. Per Greenpeace il problema non è soltanto quanto gas importiamo, ma il fatto che continuiamo a costruire la sicurezza energetica intorno al gas stesso.

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Le rinnovabili restano marginali

Le energie rinnovabili, pur presenti nel dibattito, appaiono quasi sempre come una voce minoritaria o polemica. Nei talk show occupano meno del 9% delle dichiarazioni complessive.

A sostenerle sono soprattutto esponenti ambientalisti o figure dell’opposizione politica. Pier Luigi Bersani parla delle rinnovabili come unico vero strumento per ottenere autonomia energetica, mentre Angelo Bonelli sostiene che un massiccio investimento nel fotovoltaico e nell’eolico avrebbe permesso all’Italia di ridurre drasticamente il consumo di gas.

Il punto centrale della loro argomentazione è semplice: sole e vento non dipendono dagli equilibri geopolitici del Golfo Persico.

Secondo questa visione, la vera sicurezza energetica non nasce dall’avere più rigassificatori o più accordi internazionali, ma dal produrre energia direttamente sul territorio nazionale attraverso fonti rinnovabili e sistemi di accumulo.

Tuttavia, nel racconto televisivo dominante questa prospettiva resta marginale. E quando emerge viene spesso accompagnata da un tono scettico.

Iran petrolio
Iran petrolio-fuorionline

La “follia green” e il ritorno del nucleare

Il rapporto mette in evidenza anche la presenza di una contro-narrativa molto critica verso la transizione ecologica. Alcuni esponenti politici descrivono il Green Deal europeo come un insieme di regole troppo costose e dannose per l’industria.

In diverse trasmissioni vengono usate espressioni come “follie green”, accusando le politiche ambientali di aver aumentato i costi per cittadini e imprese.

Parallelamente torna con forza il tema del nucleare. Non tanto come soluzione immediata, quanto come simbolo di sovranità energetica futura. I mini-reattori e il cosiddetto “nucleare pulito” vengono presentati da alcuni ospiti televisivi come strumenti indispensabili per rendere l’Italia più autonoma.

Anche qui, però, emerge una contraddizione evidente. Persino chi sostiene il ritorno all’atomo riconosce implicitamente che eventuali centrali richiederebbero tempi lunghissimi, incompatibili con le emergenze del presente.

Così il dibattito energetico italiano sembra oscillare continuamente tra due poli:

  • il fossile come necessità immediata;
  • il nucleare come promessa futura.

Nel mezzo, le rinnovabili continuano a essere percepite come insufficienti o incomplete.

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Una fragilità che torna a ogni guerra

Al di là delle posizioni ideologiche, il rapporto fotografa una realtà difficile da negare: l’Italia continua a essere fortemente dipendente dalle importazioni energetiche.

Ogni crisi internazionale che coinvolge regioni produttrici di petrolio e gas genera conseguenze immediate:

  • aumento dei prezzi,
  • crescita dell’inflazione,
  • tensioni sociali,
  • pressione politica sui governi.

È accaduto con la guerra in Ucraina e si è ripetuto con la crisi iraniana. Cambiano i teatri geopolitici, ma il meccanismo resta identico.

Ed è proprio questo il punto che Greenpeace cerca di sottolineare: finché il sistema energetico resterà centrato sugli idrocarburi, ogni nuova crisi internazionale continuerà a produrre effetti economici e politici anche in Europa.

Il rapporto non sostiene che la transizione ecologica sia semplice o immediata. Piuttosto denuncia il fatto che i media italiani raramente la raccontino come una questione di sicurezza nazionale oltre che ambientale.

Un documento che divide, ma pone domande reali

Il lavoro dell’Osservatorio di Pavia non è neutrale e non pretende di esserlo. L’impostazione ambientalista è evidente e il tono conclusivo del rapporto è apertamente critico verso il modo in cui televisioni e politica affrontano il tema energetico.

Ma sarebbe superficiale ridurre tutto a propaganda. Lo studio mette in luce un elemento reale del dibattito italiano: la difficoltà a immaginare un modello energetico davvero alternativo.

Nel discorso pubblico nazionale, petrolio e gas continuano a essere associati all’idea di concretezza e stabilità, mentre le rinnovabili vengono spesso trattate come un obiettivo futuro, non come una risposta strategica al presente.

Eppure proprio le crisi geopolitiche mostrano quanto la dipendenza dagli idrocarburi renda fragile il sistema economico europeo.

Il paradosso evidenziato dal rapporto è tutto qui: più le guerre dimostrano la vulnerabilità del modello fossile, più il dibattito televisivo italiano sembra aggrapparsi a quel modello come unica soluzione possibile.

Una contraddizione che probabilmente continuerà a pesare ancora a lungo sul futuro energetico del Paese.

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