Mannarino contro Spotify-Ig@ mannarino -fuorionline
Durante un evento a Roma, il cantautore denuncia il legame tra il colosso dello streaming e l’industria bellica, sollevando anche il tema della censura sulla Palestina
Durante l’iniziativa “Non in mio nome”, organizzata a Roma per sensibilizzare sull’escalation del conflitto in Medio Oriente e sul silenzio dei media, Alessandro Mannarino ha tenuto un intervento destinato a far discutere. Poco prima di salire sul palco per la sua esibizione, il cantautore romano ha lanciato un attacco frontale a Daniel Ek, fondatore della piattaforma Spotify, accusandolo di utilizzare i proventi generati dalla musica degli artisti per finanziare la produzione di armamenti.

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La dichiarazione è forte e diretta: “C’è questo coglione che ha Spotify, che investirà seicento milioni in droni militari coi soldi della nostra musica“, ha detto Mannarino, riferendosi al sostegno economico di Ek alla startup bellica tedesca Helsing, attiva nello sviluppo di tecnologie per la difesa.
Il tema tocca un nervo scoperto nel mondo della musica e della cultura digitale: può una piattaforma nata per diffondere arte diventare complice di scelte politiche e industriali contrarie all’etica di molti artisti? La presa di posizione di Mannarino si inserisce in un contesto più ampio in cui diversi musicisti stanno interrogandosi sul ruolo delle grandi tech company nella geopolitica e nei conflitti armati. L’artista ha posto il pubblico di fronte a una questione determinante: che tipo di responsabilità morale ricade su chi sceglie di pubblicare e ascoltare musica su piattaforme che reinvestono i guadagni in progetti legati all’industria militare?
Palestina, silenzi e resistenza: “Ci vogliono togliere anche l’anima”
Oltre al caso Spotify, Mannarino ha voluto riportare l’attenzione su un altro punto spesso eluso dal dibattito pubblico: la scomparsa della parola “Palestina” dal discorso mediatico occidentale. “Non si sente più nemmeno la parola Palestina“, ha affermato con amarezza, sottolineando come la cultura dominante tenda sempre più a eliminare dal racconto collettivo tutto ciò che risulta scomodo o dissonante. Per il cantautore, anche la musica non è più immune da questo processo: “Ci vogliono togliere anche l’anima, con una musica finta fatta a tavolino, con una droga che ci hanno messo in mano (il cellullare n.d.r.) e una propaganda continua”.

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Mannarino ha così ribadito il ruolo della musica come forma di resistenza, capace di tenere viva l’umanità anche nei momenti di oscurità. La sua chiusura, un chiaro omaggio a Vittorio Arrigoni, attivista italiano ucciso a Gaza nel 2011, è stata una dichiarazione di intenti: “Restiamo umani“. Un messaggio che non si limita alla situazione geopolitica, ma richiama una riflessione più ampia sulla coscienza civile, sull’uso etico della tecnologia e sul potere trasformativo dell’arte. In un’epoca in cui l’indignazione sembra evaporare troppo in fretta, le parole di Mannarino risuonano come un invito a non distogliere lo sguardo, a non accettare che l’intrattenimento diventi anestesia e che la musica sia complice, anche inconsapevole, della guerra.
