Wells Fargo clima-fuorionline
Dagli attivisti per l’ambiente agli indigeni americani, monta la mobilitazione contro la scelta di Wells Fargo di abbandonare gli impegni ecologici e finanziare combustibili fossili e tecnologia militare
Negli Stati Uniti, è esplosa una nuova ondata di mobilitazioni ambientali e sociali dopo che Wells Fargo, una delle banche più potenti del Paese, ha annunciato l’abbandono dei suoi principali impegni per la transizione ecologica. Il gesto, arrivato in un momento storico delicato, ha scatenato una serie di proteste coordinate in diverse città americane, da New York a San Francisco, dove centinaia di attivisti climatici, rappresentanti delle comunità indigene e organizzazioni no-profit si sono mobilitate contro l’istituto finanziario.

Il motivo è chiaro: la banca ha rinunciato agli obiettivi di azzeramento delle emissioni e ha intensificato i finanziamenti alle industrie di petrolio e gas, che nel solo 2024 hanno superato i 39 miliardi di dollari. Una cifra impressionante, che rappresenta un aumento del 30% rispetto all’anno precedente.
A far discutere non è solo la quantità di denaro investita nei combustibili fossili, ma anche il contesto politico in cui è maturata questa scelta. Dopo l’uscita dalla Net-Zero Banking Alliance – la più grande coalizione globale di banche impegnate nella neutralità climatica – Wells Fargo è diventata il simbolo della capitolazione al clima ostile dell’era Trump. L’attuale amministrazione statunitense, infatti, ha intrapreso un’azione coordinata per smantellare le politiche verdi del passato e sostenere il ritorno dei combustibili fossili. Ed è in questo scenario che Wells Fargo ha anche accantonato le sue politiche di diversità e inclusione, ritenute un altro “ostacolo” ideologico da superare. Il risultato è stato l’indignazione dell’opinione pubblica e la nascita della campagna “Stop Billionaires”, che mira a denunciare il legame tra grandi banche, interessi fossili e regressione democratica.
Proteste e il fronte comune per il clima e i diritti
Le proteste esplose in questi giorni non sono solo una reazione simbolica, ma il frutto di una rete organizzata che unisce diverse lotte sociali. A San Francisco, membri della tribù Sioux di Standing Rock si sono incatenati a una scultura davanti alla sede della banca per denunciare il ruolo di Wells Fargo nel finanziamento dell’oleodotto Dakota Access, già al centro delle mobilitazioni indigene del 2016-2017.
A New York, centinaia di manifestanti hanno bloccato l’ingresso della sede centrale, mentre a livello nazionale è prevista una giornata di mobilitazione per il 15 agosto, con azioni coordinate e non violente. Tra le rivendicazioni principali, c’è la richiesta di ripristinare gli obiettivi climatici, sostenere i lavoratori in lotta per la sindacalizzazione e interrompere i legami con aziende coinvolte in violazioni dei diritti umani.
La posizione di Wells Fargo appare sempre più isolata. Da un lato, l’agenzia internazionale dell’energia ha ribadito che ogni nuovo investimento in combustibili fossili compromette le possibilità di evitare una catastrofe climatica. Dall’altro, cresce l’attenzione su alcuni dei partner della banca, come Palantir, società tecnologica accusata di fornire strumenti di sorveglianza all’amministrazione Trump e allo Stato di Israele, in un quadro sempre più intrecciato tra finanza, geopolitica e giustizia sociale. I manifestanti parlano apertamente di “complicità nel genocidio” e di un “sistema che distrugge persone e pianeta”.
