Perché l'Italia e l'Europa sostengono Israele? - fuorionline
Cinquant’anni di alleanze strategiche, cooperazione militare, sensi di colpa storici e mutazioni culturali hanno costruito nel continente una soglia di tolleranza che oggi appare oltre ogni limite, ma sempre più fragile. Il sequestro della Global Sumud Flotilla nelle acque internazionali greche non è di certo un episodio isolato, ma sicuramente è il punto di emersione di una lunga storia.
Per comprendere perché l’intercettazione delle navi umanitarie dirette a Gaza abbia provocato indignazione pubblica ma non un’immediata rottura diplomatica dell’Occidente con Tel Aviv, occorre ricostruire una cronologia spesso tenuta sottobanco: quella dell’avvicinamento progressivo dell’Italia e dell’Europa al paradigma israeliano della sicurezza, della guerra preventiva e dell’eccezione permanente.
Quando nella notte tra il 29 e il 30 aprile le forze israeliane hanno abbordato e sequestrato parte delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in acque internazionali al largo di Creta, arrestando decine di attivisti e fermando cittadini europei, il governo italiano ha parlato apertamente di “intercettazione illegittima” e ha chiesto il rilascio immediato dei connazionali trattenuti.
La condanna formale di Roma è stata netta, persino insolita se letta nel quadro delle tradizionali relazioni italo-israeliane. Eppure, nonostante il lessico duro usato da Palazzo Chigi, nessuna capitale europea ha compiuto un gesto di rottura reale, nessuna sanzione è stata annunciata, nessuna sospensione diplomatica è entrata in agenda. La reazione è stata quella di un establishment sorpreso nella forma ma non nella sostanza. Perché la sostanza, in realtà, è frutto di mezzo secolo di sedimentazione politica.
Il caso Flotilla rappresenta infatti il riassunto plastico di una domanda che oggi attraversa opinione pubblica, università, redazioni e parlamenti: perché Israele continua a beneficiare in Europa di una soglia di tolleranza politica, giuridica e morale che altri Stati non possiedono? La risposta non sta in un singolo governo, né in una supposta subordinazione meccanica. Sta nella storia.
Gli anni Settanta: Israele partner strategico nel Mediterraneo della Guerra Fredda
Per comprendere il presente bisogna tornare agli anni Settanta. L’Italia della Prima Repubblica è attraversata da terrorismo interno, instabilità sociale, conflitto ideologico e paura di uno slittamento dell’equilibrio atlantico nel Mediterraneo. In questo contesto Israele non è ancora il modello culturale che diventerà dopo, ma è già percepito da apparati NATO e occidentali come un laboratorio avanzato di intelligence e controinsurrezione.
Studi accademici recenti hanno ricostruito come proprio in quella fase si siano sviluppati canali di cooperazione sotterranea fra ambienti israeliani, servizi occidentali e alcuni settori della sicurezza europea, dentro la più ampia strategia anticomunista del Mediterraneo. Israele appare come avamposto affidabile in una regione instabile, capace di fornire competenze militari, letture geopolitiche e know-how informativo.
Va però chiarito un punto: negli anni Settanta l’Italia ufficiale mantiene ancora un robusto doppio binario mediterraneo. Da un lato coltiva i rapporti con Tel Aviv, dall’altro conserva un dialogo privilegiato con il mondo arabo e con la causa palestinese. È l’epoca del Lodo Moro, delle mediazioni riservate, di una diplomazia che prova a tenere insieme più tavoli. L’israelizzazione politica non è ancora iniziata. Si stanno però ponendo i primi mattoni strategici.
La Destra al fianco della Palestina
Per almeno tre decenni una parte consistente della destra postfascista guardò invece con simpatia alla causa palestinese e, più in generale, al nazionalismo arabo. Il Movimento Sociale Italiano del dopoguerra nacque infatti dentro una cultura fortemente anti-angloamericana, ostile all’ordine uscito da Yalta e diffidente verso tutto ciò che appariva come proiezione geopolitica di Washington e Londra nel Mediterraneo.
In questo quadro Israele veniva percepito, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, come un avamposto occidentale sostenuto dalle grandi potenze atlantiche, mentre il mondo arabo offriva agli occhi di molti teorici missini l’immagine di nazioni in lotta per la propria sovranità, guidate da leadership autoritarie ma anti-imperiali come quelle di Gamal Abdel Nasser in Egitto o del baathismo siriano e iracheno.
La Palestina, in particolare, assunse per gli ambienti della destra radicale il valore simbolico di una questione nazionale irrisolta: un popolo senza Stato che combatteva contro una presenza ritenuta estranea agli equilibri mediterranei. Non si trattava, naturalmente, di una solidarietà umanitaria nel senso contemporaneo del termine, bensì di una lettura geopolitica e identitaria che intrecciava antiamericanismo, nazionalismo mediterraneo e, in alcuni casi, un più tradizionale antisionismo di matrice ideologica.
Solo tra gli anni Ottanta e Novanta, con il terrorismo palestinese in Europa, l’ascesa dell’islam politico e soprattutto la fine della Guerra Fredda, questa impostazione cominciò a rovesciarsi: Israele cessò di essere visto come corpo estraneo nel Mediterraneo e divenne progressivamente, agli occhi della nuova destra atlantista, il baluardo avanzato dell’Occidente assediato. È in questa metamorfosi che si comprende il passaggio dalla vecchia destra filoaraba alla destra filoisraeliana di oggi.
Il ruolo della sinistra italiana
Anche sul versante opposto, del resto, la trasformazione è stata profonda e meno lineare di quanto oggi si tenda a ricordare. Se per tutta la stagione della Guerra Fredda la sinistra italiana — dal Partito Comunista fino a larga parte della galassia socialista ed extraparlamentare — aveva individuato nella causa palestinese uno dei principali simboli dell’anticolonialismo e della lotta dei popoli oppressi, a partire dagli anni Novanta questo sostegno ha iniziato lentamente ad attenuarsi.
La fine del bipolarismo, il progressivo approdo delle forze progressiste italiane dentro il perimetro dell’atlantismo liberal-democratico e soprattutto la centralità sempre più forte assunta dalla memoria della Shoah nel discorso pubblico europeo hanno prodotto una nuova cautela lessicale e diplomatica.
Criticare Israele ha continuato a essere possibile, ma quasi sempre entro confini più stretti, con il timore costante che la condanna delle politiche dei governi di Tel Aviv potesse essere letta come una delegittimazione più ampia dello Stato ebraico. In questo slittamento la sinistra italiana ha progressivamente abbandonato il linguaggio della solidarietà internazionalista per adottare quello, molto più prudente, dell’equilibrio fra due ragioni contrapposte, spesso rinunciando a una presa di posizione netta persino di fronte alle più evidenti asimmetrie sul terreno. Il risultato è che, mentre la destra compiva la propria conversione atlantista e securitaria, anche la sinistra smarriva gran parte della tradizionale centralità attribuita alla questione palestinese, lasciando così che il consenso strategico attorno a Israele si consolidasse quasi senza un vero antagonista politico interno.
1989-2001: dopo il Muro cambia il nemico e cambia il racconto
Come già accennato nei paragrafi precedenti la vera mutazione prende forma con la fine della Guerra Fredda. Crollato il comunismo, l’Occidente perde il proprio nemico ordinatore e ne costruisce un altro: l’instabilità mediorientale, il fondamentalismo islamico, il terrorismo transnazionale. È qui che Israele smette di essere soltanto uno Stato alleato e diventa una metafora politica: la frontiera assediata della civiltà occidentale.
Durante la Prima guerra del Golfo e negli anni delle intifade, il conflitto israelo-palestinese viene progressivamente tradotto dai media europei in uno schema binario: democrazia contro estremismo, ordine contro fanatismo, sicurezza contro minaccia permanente. Questo passaggio è determinante perché sposta il giudizio dal piano diplomatico al piano morale. Israele non viene più osservato come un attore regionale con responsabilità storiche e politiche; viene raccontato come il Paese che combatte in anticipo la guerra che potrebbe arrivare anche da noi.
È in questa fase che in Italia, soprattutto dentro il nascente bipolarismo mediatico e il consolidarsi dell’atlantismo post-ideologico, cresce un consenso trasversale: Israele è un alleato necessario e soprattutto un modello di efficacia.
Dopo l’11 settembre: l’israelizzazione diventa paradigma occidentale
L’11 settembre 2001 segna il punto di non ritorno. Gli Stati Uniti adottano la dottrina della guerra preventiva, della sicurezza espansa, della sorveglianza permanente. Israele, che da decenni giustifica il proprio assetto securitario con l’emergenza, diventa il caso di studio perfetto. Molte pratiche entrano così nel lessico europeo:
- centralità assoluta dell’intelligence;
- controllo digitale della popolazione;
- sospetto preventivo;
- militarizzazione dei confini;
- normalizzazione dello stato d’eccezione.
Non si tratta solo di acquisto di tecnologie. Si tratta di acquisizione di mentalità. Il cittadino non è più visto come soggetto da proteggere tramite diritto, ma come variabile da mettere in sicurezza tramite monitoraggio. Il dissenso stesso, in certi contesti, viene letto come potenziale area di rischio. In questo passaggio Israele non esporta soltanto droni, software, cybersecurity o sistemi di sorveglianza: esporta una grammatica politica.
L’Europa la assorbe quasi senza dibattito.
Italia-Israele: dagli accordi discreti alla cooperazione strutturale
Nel caso italiano questo avvicinamento diventa visibile all’inizio degli anni Duemila. La cooperazione tra i due Paesi si intensifica su quattro livelli:
1. Difesa e intelligence
Accordi di collaborazione militare, scambi informativi, addestramento e cooperazione industriale nella difesa.
2. Tecnologia e cyber sicurezza
Israele diventa fornitore di competenze avanzate in materia di monitoraggio, analisi dati, protezione di infrastrutture sensibili.
3. Diplomazia atlantica
Sostenere Israele significa consolidare il proprio posizionamento nel perimetro di affidabilità USA-NATO.
4. Narrazione pubblica
Le principali reti mediatiche italiane, con differenze interne ma con una costante di fondo, iniziano a trattare la sicurezza israeliana come paradigma di legittima difesa quasi permanente.
Per oltre vent’anni questo sistema regge senza grandi scosse. I governi cambiano, ma il pilastro resta: Israele è partner privilegiato, criticabile nei dettagli ma non nell’impianto. Ed è quello che sta accadendo con l’attuale governo di Giorgia Meloni, tra i più vicini a Tel Aviv nel panorama europeo, e che sta mantenendo questa impostazione.
Il peso della Shoah: quando la memoria diventa paralisi diplomatica
Esiste poi una componente meno visibile ma decisiva: la memoria europea della Shoah. Dopo il 1945 l’Europa costruisce parte della propria identità democratica sul principio del “mai più”. Questo imperativo morale, sacrosanto sul piano storico, nel tempo viene però tradotto da molte classi dirigenti in un automatismo politico: il sostegno allo Stato di Israele come prova di affidabilità antifascista e antiantisemita. Ma è veramente così? Qui nasce una delle più grandi ambiguità occidentali degli ultimi decenni.
Criticare le scelte di un governo israeliano viene spesso percepito come terreno scivoloso, potenzialmente assimilabile a una delegittimazione più ampia. Il risultato è una sorta di prudenza sistemica: nei governi, nelle università, nei grandi media,
in parte dell’editoria. La critica è concessa, ma raramente fino al punto di incrinare davvero la relazione.
È questa prudenza ad aver costruito una lunga eccezione morale.
Il genocidio a Gaza e la crepa nell’edificio
Dal 2024 in avanti, con l’intensificarsi del conflitto a Gaza e il moltiplicarsi delle denunce internazionali sul genocidio, sulla crisi umanitaria, il sistema di tolleranza europea inizia però a mostrare fratture sempre più profonde. Le proteste studentesche si diffondono. I porti europei contestano il transito di materiali militari. Crescono le richieste di sospendere partnership accademiche e industriali. Soprattutto, si modifica l’umore dell’opinione pubblica.
L’intercettazione della Global Sumud Flotilla (questa e quella precedente), avviene esattamente dentro questa fase di slittamento: non in un’Europa ancora allineata e compatta, ma in un continente già attraversato da dubbi e da crescente insofferenza.Che la missione umanitaria sia stata fermata in acque internazionali a centinaia di miglia da Gaza, con il fermo di 175 attivisti secondo le prime ricostruzioni, ha reso il caso simbolicamente esplosivo: non si tratta più soltanto della gestione del conflitto dentro la Striscia, ma della proiezione extraterritoriale della forza israeliana nel Mediterraneo. Ed è proprio questo a scuotere Roma.
Il sionismo
Un elemento spesso presente, ma raramente analizzato con precisione nel dibattito pubblico europeo, riguarda il sionismo come movimento politico e la sua trasformazione storica. Nato alla fine dell’Ottocento come corrente nazionalista ebraica legata all’autodeterminazione di un popolo senza Stato, il sionismo non è un blocco ideologico unico, ma un insieme di correnti politiche molto diverse tra loro, che spaziano dal socialismo dei primi kibbutz al revisionismo nazionalista di matrice più conservatrice.
Con la nascita dello Stato di Israele nel 1948, una parte del progetto sionista si è istituzionalizzata, fondendosi progressivamente con la costruzione dello Stato stesso, ma senza esaurirne la complessità teorica e politica. Oggi lo stato di Israele appoggia un sionismo nazionalista, più orientato alla centralità dell’identità ebraica dello Stato e, fortemente propenso all’espansione degli insediamenti nei territori contesi;
Perché la Flotilla di Creta è uno spartiacque
Il governo italiano ha condannato il sequestro delle navi parlando di violazione del diritto internazionale e di detenzione illegale dei cittadini italiani a bordo. Una formulazione che, fino a pochi mesi fa, sarebbe stata politicamente difficilmente immaginabile.
La ragione risiede nel fatto che da una parte pesa la pressione dell’opinione pubblica, sempre più critica verso l’azione militare israeliana. Dall’altra emerge un elemento nuovo: la sensazione che il paradigma dell’eccezione abbia superato il punto di sostenibilità diplomatica. Se una marina militare può fermare una missione civile nel Mediterraneo orientale senza che il sistema occidentale riesca a produrre altro che proteste verbali, allora il problema non è più soltanto mediorientale. È europeo.
La Flotilla di Creta mette a nudo un fatto: l’Europa ha interiorizzato per anni il paradigma israeliano della sicurezza, ma non ha mai costruito strumenti autonomi per limitarne gli eccessi quando questi toccano i propri cittadini. In altre parole, la subordinazione non è giuridica. È culturale e geopolitica. Non una sottomissione, ma una lunga interiorizzazione
Dire che Italia ed Europa “si sottomettono” a Israele è una semplificazione che rischia di deformare il quadro. Questo processo è durato cinquant’anni. La Flotilla di Creta non lo crea: lo illumina. Per la prima volta, però, l’illuminazione avviene davanti a un’opinione pubblica europea molto meno disposta ad accettare la vecchia eccezione senza domande.
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Il memorandum che il Mediterraneo ci consegna
C’è una lezione storica che questo episodio impone. Le acque internazionali al largo di Creta non sono soltanto il teatro di un’operazione militare contestata. Sono il luogo simbolico in cui affiorano tutti i nodi rimossi di mezzo secolo di relazioni sbilanciate:
- la dipendenza atlantica,
- la fascinazione securitaria,
- l’assenza di una politica estera europea,
- la trasformazione della memoria in cautela politica,
- la difficoltà di chiamare con il loro nome le violazioni quando riguardano un alleato.
Per questo la Global Sumud Flotilla non è un incidente diplomatico. È una sorte di memorandum galleggiante. Ricorda all’Italia e all’Europa che le eccezioni tollerate per decenni, prima o poi, si presentano al conto della storia. E che la domanda oggi non è più soltanto cosa faccia Israele nel Mediterraneo, ma fino a che punto il continente sia ancora disposto a considerarlo un caso a parte.
Fonti principali per approfondimento
Reuters, 30 aprile 2026, sequestro Global Sumud Flotilla e reazione del governo italiano.
ANSA English Service, dichiarazione ufficiale di Palazzo Chigi sulla detenzione degli italiani.
Euronews/AP, dettagli sull’intercettazione e numero degli attivisti fermati.
Studi accademici 2025-2026 sulle relazioni politico-strategiche Italia-Israele e sulla mutazione del paradigma securitario europeo.
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