Il CoReCom di Aosta riflette sulle emozioni del mondo digitale | La Silicon Valley non modella più solo le relazioni, ma la coscienza -fuorionline
L’incontro di oggi (il penultimo della rassegna) della CoReCom ad Aosta sulle emozioni nel mondo digitale offre lo spunto per una domanda che riguarda tutti: la tecnologia si limita a connetterci o sta imparando a influenzare il nostro modo di sentire, pensare e percepire la realtà?
Recentemente è uscito un libro dal titolo K-Hole – Come la ketamina ha inventato il futuro di Carlo Mazza Galanti. Cosa collega questa droga al mondo di internet? Internet sarebbe nato come uno strumento per mettere in contatto le persone: un sistema di reti, cavi e protocolli per abbattere le distanze e consentire lo scambio di informazioni in tempo reale. Per anni è stato raccontato come una promessa di libertà: accesso alla conoscenza, relazioni globali, nuove opportunità di lavoro e di espressione.
Oggi quella definizione non basta più. La rete non è soltanto il luogo in cui leggiamo notizie, inviamo messaggi o guardiamo video. È diventata un ambiente nel quale trascorriamo una parte crescente della nostra vita. Un ecosistema che influenza il nostro umore, orienta le nostre reazioni, modifica la percezione del tempo e ridefinisce il rapporto con il corpo e con gli altri.
In altre parole, internet non si limita a collegarci: contribuisce a modellare il nostro stato mentale. Come la droga, come la ketamina.
È una riflessione che trova un punto di partenza concreto anche in Valle d’Aosta. Se il Comitato regionale per le comunicazioni ha dedicato uno dei suoi “Colloqui” al tema delle emozioni nel mondo digitale, con un incontro aperto al pubblico alla Bocciofila del Quartiere Cogne, martedì 19 maggio è impossibile non attraversare il ponte che porta al libro di Galanti. Al centro della serata, il ruolo di immagini, musica e suoni nel suscitare reazioni emotive e nel plasmare il modo in cui percepiamo i contenuti online.
Un tema locale certo, ma profondamente connesso a una questione globale: chi governa oggi le nostre emozioni?
Il potere invisibile delle piattaforme
Ogni giorno milioni di persone scorrono contenuti su social network, piattaforme video, servizi di messaggistica e motori di ricerca. Questi strumenti sembrano neutrali, ma non lo sono. Dietro ogni feed c’è un sistema automatico che seleziona ciò che vediamo e ciò che resta invisibile. L’obiettivo non è semplicemente informare, ma trattenere l’attenzione il più a lungo possibile.
Più tempo passiamo online, più dati produciamo e maggiore è il valore economico generato. Per ottenere questo risultato, gli algoritmi privilegiano contenuti che provocano una reazione immediata: sorpresa, indignazione, paura, entusiasmo, curiosità.
Le emozioni sono il carburante dell’economia digitale. Non si tratta necessariamente di una manipolazione intenzionale in senso classico. Tuttavia, il risultato è che il nostro ambiente informativo viene costruito per stimolare costantemente il sistema emotivo.
Il telefono vibra, arriva una notifica, qualcuno mette un “mi piace”, un video inizia automaticamente. Ogni piccolo stimolo produce un richiamo che interrompe l’attenzione e sollecita una risposta. Nel tempo, questo meccanismo modifica le abitudini cognitive e relazionali.
La Valle d’Aosta e l’educazione ai linguaggi digitali
L’iniziativa del CoReCom Valle d’Aosta è significativa proprio perché affronta il problema da un punto di vista educativo.
Immagini e suoni non accompagnano semplicemente i messaggi: ne amplificano il significato. Una musica drammatica, una fotografia selezionata con cura, un montaggio rapido possono suscitare emozioni molto intense in pochi secondi. Nell’ecosistema digitale questo potere viene utilizzato continuamente.
In una regione come la Valle d’Aosta, dove la dimensione comunitaria e la prossimità territoriale mantengono ancora un forte valore, riflettere su questi temi significa interrogarsi su come cambiano i rapporti umani e il modo di costruire opinioni. Non è una questione astratta. Riguarda i giovani, le famiglie, la scuola e la qualità del dibattito pubblico.
Il paradosso del nostro tempo è evidente: siamo costantemente connessi, ma spesso ci sentiamo più distanti. Si può partecipare a decine di conversazioni senza incontrare nessuno di persona. Si può essere informati su tutto e, al tempo stesso, avvertire una crescente difficoltà a concentrarsi e a restare presenti nel momento.
Questa esperienza di distacco è stata descritta da alcuni osservatori di fama internazionale come John Barlow, morto nel 2018, come una forma di dissociazione. Il termine indica una sensazione di separazione tra la mente, il corpo e l’ambiente circostante. Non si tratta necessariamente di una patologia, ma di uno stato in cui ci si sente altrove pur essendo fisicamente presenti.
Molti riconoscono questa sensazione dopo ore trascorse a scorrere contenuti sullo smartphone. Il tempo sembra accelerare, il corpo passa in secondo piano, l’attenzione si frammenta.
La ketamina come metafora del presente
Negli ultimi anni, il dibattito culturale ha individuato nella ketamina una sorta di simbolo del nostro tempo. Questa sostanza, oggi utilizzata anche in ambito medico per alcuni casi di depressione resistente, produce un effetto di distacco dalla percezione ordinaria del corpo e della realtà.
Proprio questa caratteristica ha spinto diversi studiosi a utilizzarla come chiave interpretativa della contemporaneità. La nostra esperienza quotidiana, infatti, presenta alcune analogie: siamo immersi in uno spazio digitale che offre stimoli continui, gratificazione immediata e una temporanea sospensione del contatto diretto con il mondo fisico.
Naturalmente il paragone è culturale, non farmacologico. Il punto è che il digitale tende a creare una condizione in cui la presenza fisica e la presenza mentale non coincidono più del tutto.
Dalla programmazione dei computer a quella della mente
La cultura tecnologica ha da tempo coltivato un’idea potente: il cervello come sistema modificabile.
Se un software può essere aggiornato, corretto e ottimizzato, allora anche la mente potrebbe essere compresa e, in parte, riprogrammata. Questa visione attraversa neuroscienze, psicologia, informatica e biotecnologie.
Oggi si manifesta in diversi ambiti come applicazioni che monitorano l’umore, dispositivi che registrano attività cerebrale, intelligenze artificiali che personalizzano contenuti, terapie che agiscono sui circuiti neurologici. L’idea di fondo è che gli stati mentali possano essere misurati e modificati in modo sempre più preciso.
Negli ultimi anni alcuni investitori della Silicon Valley hanno finanziato aziende impegnate nello sviluppo di trattamenti innovativi per depressione, dipendenze e disturbi d’ansia. L’interesse è reale e si colloca in un contesto in cui molte persone non trovano beneficio sufficiente nelle terapie tradizionali.
Accanto alla dimensione medica, però, esiste anche una visione più ampia. Alcuni protagonisti del mondo tecnologico ritengono che la mente umana possa essere potenziata, ottimizzata e trasformata.
In questa prospettiva, la coscienza non è più soltanto un mistero filosofico o un’esperienza soggettiva, ma un sistema da analizzare e migliorare. Manipolare.
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Dati, attenzione e stati mentali
Negli ultimi vent’anni le piattaforme digitali hanno costruito il proprio modello di business raccogliendo dati e vendendo pubblicità mirata.
Il passaggio successivo potrebbe essere ancora più profondo. Se i sistemi imparano a riconoscere segnali di stress, tristezza, eccitazione o vulnerabilità, diventa possibile personalizzare i contenuti con un livello di precisione crescente.
In parte questo processo è già in corso. I servizi online registrano tempi di permanenza, velocità di scorrimento, clic, pause e interazioni. Da questi comportamenti è possibile inferire preferenze e stati emotivi.
La mente, in questo scenario, si trasforma in una nuova frontiera economica e poi con l’avanzare dell’IA, il rapporto con la tecnologia diventa più personale. Sempre più utenti utilizzano chatbot per cercare consigli, organizzare il lavoro, affrontare momenti di solitudine e mettere ordine nei propri pensieri.
Questi strumenti possono offrire supporto e informazioni utili. Tuttavia, tendono anche a occupare uno spazio che un tempo apparteneva esclusivamente alle relazioni umane. La tecnologia non si limita più a fornire contenuti: dialoga, ascolta, risponde e adatta il tono in base alle esigenze dell’utente.
Questo aumenta l’efficacia del servizio, ma rende il legame con le piattaforme ancora più profondo.

Il sogno transumanista
In una parte della cultura tecnologica è diffusa l’idea che l’essere umano possa superare i propri limiti biologici. Secondo questa visione, la tecnologia consentirà di ampliare memoria, capacità cognitive e persino la durata della vita. Per alcuni si tratta di una prospettiva affascinante. Per altri, di un progetto che rischia di ridurre l’esperienza umana a un insieme di parametri da ottimizzare.
Uno dei concetti più importanti in questo dibattito è quello di agency, cioè la capacità di sentirsi autori delle proprie azioni: quando molte decisioni vengono influenzate da sistemi automatici, questa percezione può indebolirsi.
L’algoritmo suggerisce cosa leggere, quale video guardare, quali acquisti fare e, in parte, come interpretare gli eventi. Le persone restano libere, ma operano in un ambiente fortemente orientato.
Il rischio non è un controllo totale e visibile, bensì una progressiva delega del giudizio.
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Una questione che riguarda anche i piccoli territori
Si potrebbe pensare che questi temi appartengano soltanto ai grandi centri tecnologici internazionali. In realtà riguardano anche comunità come quelle valdostane.
In Valle d’Aosta, come altrove, bambini e adolescenti crescono in un ambiente digitale pervasivo. Le notizie circolano attraverso social e chat. Le relazioni personali si intrecciano con la dimensione online.
Per questo iniziative come quelle del CoReCom assumono un valore particolare: offrono ai cittadini occasioni concrete per comprendere il funzionamento dei media e sviluppare uno sguardo critico.
Una riflessione di questo tipo non implica una condanna della tecnologia. La rete ha reso possibili moltissime cose e anche l’intelligenza artificiale può offrire strumenti preziosi per la medicina, l’istruzione e la ricerca. La questione centrale non è se la tecnologia sia “buona” o “cattiva”.
La vera domanda è chi ne stabilisce gli obiettivi e con quali regole. Per lungo tempo abbiamo considerato internet come una semplice infrastruttura. Oggi appare sempre più come uno spazio che interagisce con la nostra interiorità.
Le piattaforme influenzano ciò che proviamo. L’intelligenza artificiale dialoga con noi. Le neuroscienze e le biotecnologie cercano di comprendere e modificare gli stati mentali. La frontiera tecnologica non riguarda più soltanto i dispositivi: riguarda la coscienza.
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