Michael Parenti, come ci viene raccontato il capitalismo per renderci poveri, manovrabili e sottomessi

Nel celebre intervento “The 1% Pathology and the Myth of Capitalism”, lo storico e politologo Michael Parenti smontava i grandi miti del capitalismo contemporaneo: meritocrazia, libero mercato, autosufficienza e democrazia. Un’analisi radicale, ma ancora sorprendentemente attuale.

Mentre il mondo deve sottostare ai deliri del tecnocrate di destra e miliardario americano Peter Thiel, fondatore di Palantir – che recentemente ha condiviso un manifesto politico di svariati punti con cui sostanzialmente dichiara che la democrazia è un attacco contro il progresso –  della follia di Trump e di Netanyahu sanguinari, delle visioni fantascientifiche di Elon Musk e Jeff BezosMichael Parenti, purtroppo scomparso il 24 gennaio di quest’anno, qualche anno fa ci illuminava sulla “patologia dell’1%“.

Grazie a Fronte Zero, che ha pubblicato il suo discorso in italiano, tenuto il 19 ottobre 2012, all’assemblea del movimento popolare presso The Evergreen State College, nello Stato di Washington, possiamo spostare l’orizzonte verso lidi in cui le catastrofi scaturiti dall’ego e la follia di pochi non sarebbero l’unico destino possibile. Se fossimo tutti consapevoli e a conoscenza di quello che ha detto il celebre e saggista politologo. Ed è con questo auspicio, che ingenuamente, ma cosciente di esserlo, mi accingo a scrivere questo lunghissimo articolo.

Michael Parenti, nato nel 1933 a New York City, è stato uno dei più noti studiosi statunitensi di orientamento marxista. Autore di numerosi saggi, tra cui Democracy for the Few e Blackshirts and Reds, ha dedicato la sua carriera all’analisi del potere politico, dei media e delle strutture economiche. Il suo stile è diretto, polemico, ricco di esempi storici e riferimenti alla vita quotidiana.

Michael Parenti e la “patologia dell’1%”: perché quel discorso del 2012 parla ancora al presente

Il 19 ottobre 2012 Michael Parenti pronunciò un discorso destinato a diventare un riferimento per chi studia il rapporto tra economia, potere e disuguaglianza. Il titolo era eloquente: The 1% Pathology and the Myth of Capitalism. Tradotto in italiano, significa: “La patologia dell’1% e il mito del capitalismo”.

A oltre dieci anni di distanza, quelle parole continuano a circolare sui social, nei dibattiti accademici e nei movimenti sociali. Molte delle dinamiche descritte da Parenti — la concentrazione della ricchezza, l’influenza delle grandi corporation, la precarizzazione del lavoro e l’erosione del welfare — sono ancora oggi al centro della vita economica e politica globale. Ma che cosa sosteneva davvero Parenti? E perché il suo ragionamento continua a suscitare tanto interesse?

Spesso in questo periodo assistiamo, anche nei trashissimi dibattiti televisivi, a scontri tra chi difende i poveri e chi difende i ricchi. C’è chi sostiene fermamente che i ricchi siano una risorsa per i poveri, che senza di essi, non esisterebbe il lavoro, il benessere. Ma siamo sicuri che alla fine sia realmente così?

Parenti nel suo discorso parla chiaro:

Lasciatemi cominciare precisando che in questo discorso parlo del gigantesco capitalismo aziendale, non dei piccoli negozi a conduzione familiare, delle piccole imprese. Stiamo parlando di Corporation e Banche Transnazionali. Sapete .. Lenin stesso affronta questa questione. Disse che 10 milioni di piccole imprese non contano nulla, ma pochi giganti, pochi cartelli giganti contano tutto. Stava parlando in termini di potere di dove si trova il potere. Ossia chi concretamente sta plasmando le condizioni delle nostre vite, chi determina la qualità dell’aria che respiriamo, del cibo che mangiamo, dell’acqua che beviamo, del tipo di lavori che possiamo avere, delle immagini con cui dobbiamo confrontarci e così via. Non sono i piccoli negozi a conduzione familiare.

Il punto di partenza: nessuna élite governa in maniera trasparente

Michael Parenti lo dice chiaramente e senza troppi giri di parole: nessuna classe dominante nella storia ha mai esercitato il proprio potere in modo apertamente dichiarato. Al contrario, le élite economiche e politiche hanno sempre costruito miti, simboli e narrazioni per giustificare la loro posizione privilegiata e convincere la società che tale ordine sia naturale e legittimo.

Adornano sempre il loro dominio con miti o temi e simboli e cose del genere per giustificare le loro posizioni privilegiate al vertice della piramide sociale. Fanno sforzi enormi per giustificare il proprio dominio

Nel mondo contemporaneo, ricorda Parenti, questo ruolo è svolto dall’“1%”, cioè dalla ristretta minoranza che concentra gran parte della ricchezza e del potere. Questa élite diffonde idee come la meritocrazia, le pari opportunità, il libero mercato, l’autosufficienza individuale e la libertà economica per far apparire il sistema come equo e basato sul talento personale.

Parenti spiega che ciò che conta davvero per chi detiene il potere non è tanto il benessere materiale delle persone, ma il loro modo di pensare.

Rispondo agli studenti quando mi dicono: “Oh allora non importa che cosa pensiamo, ci ignorano”, e cose del genere. Io rispondo: “Oh no, è l’unica cosa che interessa di voi! L’unica cosa che gli interessa è cosa state pensando!” Non importa se mangiate correttamente, non gli importa quali siano le vostre condizioni di vita, non importa che abbiano costruito un sistema di traffico disumano e razionale che ci sta strangolando.. e sta inquinando la nostra aria.

L’unica cosa che gli interessa è che cosa state pensando. Al mattino cominciano: quale sarà la storia oggi? Come manipoliamo? Come controlliamo? Come continuiamo? Come influenziamo? Come agiamo su ciò che hanno in mente?

Per questo, secondo lui, media, pubblicità e discorso politico lavorano costantemente per influenzare le opinioni e modellare la percezione della realtà. L’obiettivo è fare in modo che la maggioranza accetti come inevitabili le disuguaglianze sociali e creda che il successo dipenda esclusivamente dall’impegno individuale.

l primo grande mito: il capitalismo porta prosperità a tutti

La prima convinzione che Parenti contesta è quella secondo cui il capitalismo produrrebbe benessere generalizzato. Non nega che il sistema generi ricchezza. Sostiene però che tale ricchezza si concentri nelle mani di pochi.

Il capitalismo aziendale multinazionale alimenta il mito della prosperità, secondo cui sarebbe il principale motore del benessere collettivo. In realtà, le grandi corporation ci hanno dato ben altro. Hanno sostituito i sistemi pubblici e non profit,  per esempio del trasporto ferroviario, con un modello basato sull’automobile, molto più costoso e inquinante, che ha richiesto la costruzione di reti autostradali finanziate con miliardi di dollari pubblici. Questo sistema ha causato, nel corso dei decenni, milioni di morti e feriti che avrebbero potuto essere evitati.

Allo stesso modo, le corporation hanno progressivamente rimpiazzato le produzioni alimentari locali e biologiche con l’agricoltura industriale, caratterizzata dall’uso massiccio di pesticidi, organismi geneticamente modificati e antibiotici negli allevamenti. Le carni e gli altri prodotti vengono poi trasportati per migliaia di chilometri, con costi ambientali e sociali enormi.

Secondo Michael Parenti, il capitalismo moderno è caratterizzato da una continua produzione di beni usa e getta, cosmetici e prodotti di ogni tipo spesso presentati come soluzioni a problemi inesistenti. Attraverso la pubblicità e il marketing, le aziende inducono i consumatori a credere di avere bisogni artificiali, spingendoli ad acquistare oggetti che in realtà non sono necessari.

Parenti sostiene che la storia del capitalismo sia, allo stesso tempo, una storia di grande ricchezza e di grande povertà. Le due condizioni, osserva, non sono separate né casualmente vicine, ma strettamente collegate. La povertà di molti, afferma, è il presupposto della ricchezza di pochi, così come la ricchezza di pochi si fonda sul lavoro e sulle privazioni della maggioranza.

Per spiegare questo concetto, Parenti richiama l’espressione latina pauci, usata da Cicerone per indicare “i pochi” che detenevano il vero potere nella Senato romano. Secondo Parenti, quell’élite non avrebbe potuto mantenere il proprio stile di vita e il proprio dominio senza il lavoro di schiavi, proletari e persone costrette a vivere in condizioni di estrema precarietà. Lo stesso meccanismo, sostiene, continua a riprodursi nelle società contemporanee.

L’1% non è davvero l’1%

Nel linguaggio del movimento Occupy Wall Street, l’“1%” indica la minoranza che concentra una quota enorme della ricchezza. Parenti precisa che il potere reale sarebbe concentrato in una porzione ancora più ristretta della popolazione. Non milioni di persone, ma poche decine o centinaia di migliaia di individui con un peso economico e politico straordinario.

L’obiettivo del ragionamento è mostrare che il potere non è diffuso, ma altamente concentrato.

La religione dei miliardari

Se oggi Trump è convinto (o vuole fare convincere) grazie all’appoggio degli Evangelici Cristiani Statunitensi (che pregano per l’Apocalisse), di agire per conto di Dio e Peter Thiel afferma che l’Anticristo sia tutto ciò che si mette di traverso nell’ascesa dell’ Intelligenza Artificiale, Parenti 14 anni fa faceva una riflessione sul modo in cui l’élite economica percepisce se stessa. A suo giudizio, i membri di questo fantomatico’“1%” credono sinceramente alle idee che diffondono. Sono convinti che la loro ricchezza sia meritata, che il loro ruolo sia utile alla società e che il loro successo contribuisca a creare occupazione e crescita economica.

Secondo Parenti, questa convinzione è rafforzata da una “propaganda di classe” che presenta i ricchi come individui particolarmente virtuosi e produttivi. Oggi una sorta di “Dei dell’Olimpo” sarebbe da aggiungere. Poiché queste narrazioni giustificano il loro status e i loro privilegi, risultano per loro estremamente persuasive.

Di conseguenza, sostiene Parenti, l’élite tende a considerare la povertà come una responsabilità individuale. I poveri vengono descritti come persone che non si impegnano abbastanza o che dipendono eccessivamente dall’assistenza pubblica. Allo stesso tempo, però, i grandi gruppi economici ignorano il fatto di beneficiare essi stessi di ampi aiuti statali sotto forma di sussidi, agevolazioni fiscali, garanzie e salvataggi finanziari.

Nessuno dipende dagli aiuti del governo più dell’America corporativa. Le grandi aziende ricevono agevolazioni fiscali in misura ben superiore a quelle di cui possono beneficiare i comuni cittadini. Ogni anno ottengono decine di miliardi di dollari sotto forma di sussidi indiretti, e quasi tutto ciò che producono è sostenuto, in un modo o nell’altro, dall’intervento pubblico.

Ricevono garanzie sui prestiti, sussidi alle esportazioni, concessioni di capitale e cessioni di terreni pubblici. Possono affittare vaste aree demaniali a prezzi irrisori per abbattere foreste, estrarre rame, trivellare per il petrolio e sfruttare altre risorse naturali. In alcuni casi, terreni pubblici che contengono riserve di petrolio per un valore stimato in miliardi di dollari vengono concessi alle compagnie per somme minime. A mio avviso, questo equivale a sottrarre ricchezza al patrimonio collettivo.

Lo stesso vale per le frequenze radio e televisive, che appartengono al popolo degli Stati Uniti ma vengono assegnate alle grandi corporation mediatiche a costi molto bassi, consentendo loro di generare profitti enormi grazie anche alla pubblicità.

Quando poi queste aziende entrano in crisi, ricevono salvataggi finanziari per miliardi di dollari. Il piccolo negozio di quartiere, il bar a conduzione familiare o la drogheria locale non godono dello stesso trattamento: se falliscono, chiudono e basta. Nessuno interviene a sostenerli. Non esiste alcun programma che dica ai piccoli imprenditori: “Siete troppo piccoli per fallire, vi aiuteremo a ripartire”. Questo, semplicemente, non accade. Bene il grande capitalismo corporativo oltre a essere ipocrita ad auto ingannarsi a ingannare noi e anche un sistema irrazionale.

Il capitalismo come forza rivoluzionaria

Parenti ricorda che, nel Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Friedrich Engels descrivono il capitalismo come una forza storica che ha spezzato le rigidità del Medioevo e di liberare enormi energie produttive. Grazie allo sviluppo dell’industria, della scienza e della tecnica, il mondo conobbe una trasformazione senza precedenti: nacquero nuove fabbriche, si ampliarono i commerci, si costruirono ferrovie e si diffusero conoscenze che permisero di superare credenze e pratiche superstiziose.

Parenti cita anche gli autori dell’Illuminismo e figure come Benjamin Franklin, che guardavano con entusiasmo a un’epoca in cui il sapere scientifico e il progresso sembravano aprire possibilità completamente nuove. Per spiegare questo cambiamento, il sociologo  ricorda come in passato la medicina fosse spesso subordinata all’autorità religiosa e a concezioni superstiziose. L’osservazione empirica del corpo umano, oggi considerata normale, veniva allora guardata con sospetto.

Il capitalismo, nella lettura di Marx, contribuì anche a creare le condizioni materiali e culturali per lo sviluppo della scienza moderna e per un approccio più razionale alla realtà.

Michael Parenti capitalismo
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La contraddizione: razionale nella produzione, irrazionale nella società

Parenti sottolinea però che questo sistema, pur essendo estremamente efficiente nel produrre innovazione e ricchezza, diventa irrazionale nei suoi effetti sociali. In altre parole, il capitalismo è capace di sviluppare tecnologie avanzate e di aumentare la produttività, ma allo stesso tempo genera disuguaglianze, precarietà, crisi economiche e povertà.

Ciò che appare razionale dal punto di vista del profitto può risultare distruttivo per la società. Come nel rapporto con l’ambiente. Secondo il sociologo, il capitalismo tratta le risorse naturali come se fossero infinite e considera il territorio come qualcosa di sacrificabile. Una volta sfruttata un’area fino all’esaurimento, il sistema tende semplicemente a spostarsi altrove, lasciando dietro di sé degrado e inquinamento.

Per questo definisce il modello economico “usa e getta”: consuma rapidamente risorse e territori senza tener conto dei limiti ecologici.

Il capitalismo è incredibilmente irrazionale rispetto all’ambiente. Ignora esplicitamente l’ambiente.. se capite che cosa intendo. E ignora davvero l’ambientalismo, anzi lo condanna, lo attacca, usa termini dispregiativi come “abbraccia alberi”, “Eco terroristi”. Di che cosa stiamo parlando? Sono loro i terroristi.

Le crisi non sono incidenti, ma una caratteristica del sistema

Infine, Parenti afferma che recessioni, sprechi e distruzione ambientale non rappresentano eccezioni o deviazioni occasionali. Sono, al contrario, elementi strutturali del capitalismo contemporaneo.

Quando dice che “l’irrazionale, lo sprecone e il distruttivo sono la norma”, intende che questi effetti non sono anomalie, ma conseguenze prevedibili di un sistema orientato principalmente alla massimizzazione del profitto.

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Una lunga storia di crisi

Per sostenere questa tesi, Parenti richiama numerosi episodi della storia economica degli Stati Uniti. Già alla fine del Settecento, dopo la Rivolta di Shays, il Paese fu attraversato da difficoltà monetarie e da una serie di crisi finanziarie, tra cui i panici del 1792, 1819 e 1837.

Queste turbolenze continuarono per tutto l’Ottocento e il Novecento, culminando nella Grande Depressione e, successivamente, nelle crisi petrolifere, nelle bolle speculative e nel crollo finanziario del 2008. Per Parenti, questa successione dimostra che il capitalismo genera instabilità in modo strutturale. Praticamente per sua natura.

Parenti osserva inoltre che le guerre hanno spesso svolto una funzione economica. Richiama, ad esempio, la Guerra ispano-americana, sostenendo che in alcuni momenti storici i conflitti siano stati visti anche come strumenti per rilanciare l’economia e deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi sociali interni.

La spesa militare, infatti, crea occupazione e domanda industriale, contribuendo a sostenere la crescita. Secondo Parenti, il cosiddetto libero mercato non è né realmente libero né capace di autoregolarsi in modo armonioso. È un sistema che produce continuamente squilibri e che richiede interventi pubblici, salvataggi e sussidi per evitare il collasso.

Le crisi, quindi, non rappresentano anomalie occasionali, ma conseguenze prevedibili del funzionamento stesso del sistema.

Le crisi non sono deviazioni, ma risultati coerenti

Uno dei punti più importanti del suo ragionamento è che scandali finanziari, frodi e crolli economici non sono il frutto di pochi individui eccezionalmente corrotti, come Bernie Madoff.

Secondo Parenti, il sistema economico premia proprio i comportamenti orientati al massimo profitto, anche quando producono effetti socialmente dannosi.

In questo senso, è il sistema stesso a generare e incentivare tali condotte. Per rafforzare la sua critica, Parenti cita John Maynard Keynes, che pur essendo un sostenitore del capitalismo regolato riconosceva i limiti del laissez-faire. Keynes ironizzava sull’idea che la ricerca egoistica del profitto potesse automaticamente produrre benefici collettivi.

Parenti riprende questa osservazione per sostenere che, se si lasciano gli interessi privati completamente liberi di agire, è prevedibile che emergano crisi e profonde disuguaglianze.

Perché le recessioni possono favorire l’élite

Quando Parenti definisce il capitalismo “fondamentalmente amorale”, intende che il sistema non è guidato da criteri di giustizia sociale, solidarietà o tutela del bene comune. La logica dominante è quella del profitto.

Se il profitto è l’obiettivo principale, conclude, non bisogna stupirsi se il risultato è un’alternanza continua di espansioni e crolli, con costi sociali spesso molto elevati.

Uno dei passaggi più provocatori del discorso riguarda l’utilità politica delle crisi. Secondo Parenti, le recessioni indeboliscono i sindacati,  riducono il potere contrattuale dei lavoratori, abbassano i salari e rendono accettabili condizioni peggiori. Il lungo periodo di prosperità e di miglioramento delle condizioni di vita vissuto da gran parte della classe media e operaia negli Stati Uniti non fu il risultato spontaneo del capitalismo, ma il frutto di precise scelte politiche, di forti lotte sociali e di un contesto internazionale molto particolare.

Fu reso possibile dall’intervento massiccio dello Stato, la forza dei sindacati, le pressioni dei movimenti sociali, la competizione ideologica con il blocco sovietico. Se nel regime comunista il popolo aveva una vita dignitosa, lo stesso si doveva dimostrare sul fronte opposto.  In altre parole, il capitalismo fu costretto a fare concessioni ai lavoratori.

Che cosa intende per “socialdemocrazia”

Parenti usa il termine “socialdemocrazia” per descrivere sistemi economici che restano capitalisti, ma nei quali il settore pubblico svolge un ruolo importante nel garantire diritti e servizi. Cita paesi come Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia.

In questi sistemi, i cittadini beneficiano di sanità pubblica, istruzione accessibile,  edilizia sociale, pensioni, tutele del lavoro, salari più elevati. Questo insieme di benefici viene definito “salario sociale”, cioè un reddito indiretto garantito dai servizi pubblici. Anche gli Stati Uniti si stavano muovendo in quella direzione,  tra gli anni Trenta e gli anni Settanta.

Con il New Deal e le politiche del dopoguerra, i lavoratori ottennero: la giornata lavorativa di otto ore, ferie pagate, contratti collettivi, pensioni, assistenza sanitaria per anziani e poveri e  accesso facilitato all’istruzione universitaria.

Questo processo ridusse temporaneamente il conflitto sociale.

Michael Parenti capitalismo
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Il ruolo decisivo della Guerra fredda

Uno dei punti centrali del ragionamento di Parenti è che molte di queste conquiste furono favorite dalla competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica. L’ Unione Sovietica offriva lavoro garantito, sanità e istruzione gratuite. Pur con forti limiti politici, rappresentava un modello alternativo.

Per dimostrare la superiorità del sistema occidentale, gli Stati Uniti avevano interesse a garantire ai propri cittadini un livello di vita elevato. La Guerra fredda quindi spinse le élite americane a fare concessioni sociali che altrimenti avrebbero osteggiato. Lo stesso ragionamento, sostiene, vale per i diritti civili.

Durante la Guerra fredda, la segregazione razziale danneggiava l’immagine degli Stati Uniti nel mondo. Per questo, l’abolizione delle leggi di Jim Crow divenne anche una necessità geopolitica. Garantire più uguaglianza aiutava Washington a presentarsi come modello di libertà e democrazia.

La svolta del 1978

Secondo Parenti, verso la fine degli anni Settanta le élite economiche decisero che questo compromesso era diventato troppo costoso.

C’era una parte dell’establishment economico americano che, alla fine degli anni Settanta, cominciò a dire apertamente: “Questo è troppo. Dobbiamo fermare questa deriva. Non vogliamo che gli Stati Uniti diventino una socialdemocrazia”.

Nel 1979, il processo di smantellamento di quelle conquiste sociali era già iniziato. Io sostengo spesso che il cosiddetto “reaganismo” non sia nato con l’elezione di Ronald Reagan nel 1980, ma due anni prima, sotto l’amministrazione di Jimmy Carter. Fu allora che il bilancio militare cominciò ad aumentare rapidamente, mentre iniziarono anche i tagli al cosiddetto salario sociale: programmi pubblici, benefici e tutele che sostenevano concretamente il tenore di vita della popolazione. Da quel momento prese avvio una vera e propria ritirata dei diritti sociali.

E, in effetti, in larga misura ci sono riusciti. La vita per milioni di persone è diventata più dura, più precaria e più insicura. Lo stesso George W. Bush dichiarò che la sua amministrazione aveva raggiunto risultati importanti: tagli alle tasse per i più ricchi e riduzione di molte regolamentazioni pubbliche. Aggiunse però di non essere riuscito a completare due obiettivi che riteneva fondamentali: ridimensionare Social Security e Medicare.

Eppure Social Security rappresenta il programma di lotta alla povertà più efficace mai realizzato negli Stati Uniti. Nonostante questo, anche sotto Barack Obama si cominciò a discutere della possibilità di ridurne la portata, trattandolo come un capitolo di spesa da negoziare e, se necessario, tagliare.

Lo stesso processo è avvenuto in Spagna, Italia, Grecia e in gran parte dell’Europa occidentale. In passato, le classi dirigenti avevano concesso ferie pagate, salari migliori, assistenza sanitaria, pensioni e diritti sindacali anche per contrastare l’influenza dei partiti comunisti e dei movimenti operai. Oggi, invece, con il pretesto dell’austerità e delle crisi economiche, quelle stesse conquiste vengono progressivamente smantellate.

In sostanza, le crisi del sistema vengono utilizzate come uno strumento per imporre sacrifici ai lavoratori e per ridurre il modello socialdemocratico. Questo, a mio avviso, è l’obiettivo perseguito da gran parte delle élite economiche e politiche: restringere lo Stato sociale e trasferire una quota sempre maggiore della ricchezza e del potere verso l’alto.

Per Parenti, da quel momento prese forza il modello economico che oggi viene definito neoliberista.

Globalizzazione e abbassamento dei costi del lavoro

Parenti collega questo processo anche alla globalizzazione. Le grandi multinazionali possono spostare la produzione in paesi dove i salari sono molto più bassi, creando una pressione indiretta sui lavoratori dei paesi industrializzati. L’esempio delle condizioni di lavoro in alcuni paesi asiatici serve a Parenti per mostrare come il sistema globale tenda a cercare sempre il massimo profitto riducendo i costi del lavoro, anche a scapito dei diritti sociali.

Il ragionamento si collega anche alla crisi finanziaria del 2008: già negli anni precedenti, secondo Parenti, si erano accumulati segnali chiari di instabilità sociale ed economica, come:

  • aumento della disoccupazione;
  • stagnazione o riduzione dei redditi;
  • crescita del debito delle famiglie;
  • perdita della copertura sanitaria per milioni di persone.

Nonostante ciò, i mercati finanziari e le grandi imprese continuarono a registrare profitti elevati, a dimostrazione — secondo lui — dello squilibrio strutturale del sistema. Parenti collega le crisi economiche anche a una critica più ampia: l’idea che il capitalismo favorisca automaticamente la democrazia.

Secondo lui, molte conquiste democratiche sono state ottenute contro la volontà delle classi dominanti, che storicamente hanno cercato di limitare la partecipazione politica attraverso requisiti di proprietà, restrizioni al voto e varie forme di esclusione sociale.

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Stato, mercato e falsa opposizione

Un altro punto centrale del discorso riguarda il rapporto tra pubblico e privato. Parenti critica l’idea che il settore privato sia sempre più efficiente. Ma non è così e sostiene che:

  • i programmi pubblici come Social Security hanno costi amministrativi molto bassi;
  • le assicurazioni private, al contrario, hanno costi più elevati perché devono generare profitti;
  • molti servizi pubblici locali offrono tariffe più basse rispetto ai monopoli privati.

Per questo, secondo lui, il settore pubblico viene spesso criticato non perché inefficiente, ma perché dimostra che un’alternativa al profitto privato è possibile. Parenti interpreta tutto questo come una strategia politica: ridurre la spesa pubblica, privatizzare servizi e indebolire lo Stato sociale non sarebbe solo una scelta economica, ma un modo per ridurre il potere collettivo dei cittadini e rafforzare quello delle grandi imprese.

Le recessioni, in questa lettura, diventano quindi uno strumento utile a questo processo: facilitano la redistribuzione della ricchezza verso l’alto e indeboliscono le forme di resistenza sociale.

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